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Competitività: la salute risolleva l’Italia nella classifica europea. Il documento della Commissione Ue

Se l’Italia è ormai tagliata fuori dall’Eldorado della competitività Ue – almeno secondo la fotografia scattata dall’atlante elaborato da Bruxelles (“Eu Regional Competitiveness Index RCI 2013”) – guadagna non poche posizioni se si osserva la classifica che riguarda la salute. Come nazione l’Italia è infatti al quarto posto dopo Svezia, Spagna e Regno Unito. Il documento

E mentre nella graduatoria della competitività bisogna allungare lo sguardo fino al 128mo posto per trovare la prima regione italiana, la Lombardia, per la salute, la musica cambia: troviamo la Provincia autonoma di Trento già all’undicesimo posto, seguita dalla Liguria al 14° e dalle Marche al 23°. In totale le Regioni passate al setaccio dalla Commissione europea sono 262. La maglia nera nazionale, la Valle d’Aosta, si piazza comunque a metà classifica, al 150° posto. Fanalini di coda del benessere sono Ungheria e Bulgaria.

La Lombardia, che fino a qualche anno fa rientrava ancora nella “banana blu” che univa le Regioni più competitive d’Europa, si trova al 30° posto per l’indice che rigurda la salute. Prima di poco si posiziona la Toscana, al 28° posto della classifica generale. Per l’Italia centrale, l’Umbria si colloca al 56° posto.

Non vanno particolarmente male le Regioni in piano di rientro: la Puglia si posiziona al 51° posto e il Piemonte al 68°. Tra le Regioni commissariate, vanno meglio Lazio e Molise, rispettivamente al 71° e al 72° posto, seguite da Campania all’84° e Abruzzo all’85° posto. Più in basso si colloca la Sicilia, al 98° posto, preceduta dalla Sardegna al 90°.

Per trovare la prima regione meridionale bisogna andare al 49° posto, sempre a Sud la Basilicata si posiziona all’87° posto. Il Nord Est vede il Veneto al 44° posto, il Friuli Venezia Giulia al 59° e l’Emilia Romagna al 100°. Tra le realtà più piccole, troviamo Bolzano al 40° posto.

In vetta alla classiffica c’ è Stoccolma, seguita da due regioni spagnole, Madrid e Melilla. A precedere la prima realtà italiana, troviamo in ordine cinque regioni britanniche e un’altra svedese.

Gli indicatori scelti dalla Commissione Ue per analizzare lo stato di salute delle regioni europee sono sei (il numero di posti letto ogni 100mila abitanti, considerato nella scorsa edizione del 2010 è stato escluso dal ventaglio dei criteri, perché non coerente con gli altri indicatori): il numero di morti in incidenti stradali per milione di abitanti; l’aspettativa di vita misurata in numero d i anni in buona slaute; mortalità infantile, con il numero dei decessi di bambini al di sotto di un anno sul totale dei bambini nati vivi; il tasso di mortalità per cancro al di sotto dei 65 anni; la mortalità per infarto negli under 65; il tasso di suicidi nella popolazione al di sotto dei 65 anni.

Per quanto riguarda il tasso di suicidi, l’indicatore ha un’incidenza bassa sull’indice complessivo della salute perché, avvertono i curatori del rapporto, è legato anche ad aspetti religiosi, oltre che al benessere e alla felicità degli individui. Livelli più eleveti di religiosità sembrano infatti inversamente proprzionali con il suicidio (Hilton, Fellingham, e Lione, 2002) e questo può essere dovuto sia a un atteggiamento di «non-reporting» (molte religioni considerano il suicidio come un peccato grave) sia per lo stato socio-psicologico prodotto dalle attività religiose. Quindi il tasso di suicidio può dipendere dalla comunità particolare cui l’individuo appartiene più che dalla qualità dell’ambiente in cui vive.

Il Sole 24 Ore Sanità – 29 agosto 2013 

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