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Con Andrea Orlando la sinistra si riprende il Lavoro e le Politiche sociali. Davanti al nuovo ministro la sfida di una delle emergenze più gravi scatenate dalla pandemia

Ci sono voluti tre lustri perché un uomo di sinistra-sinistra tornasse a guidare il Lavoro e le Politiche sociali, un ministero dal grande valore simbolico per i post-comunisti oggi al vertice del Pd. L’ultimo fu, nel 2006, Cesare Damiano, governo Prodi II. Da allora più nulla: non avendo mai considerato dei loro quel Giuliano Poletti che con Renzi premier varò il Jobs act, riforma per niente amata.
Per questo al Nazareno sono contenti, al netto dell’amarezza per l’esclusione delle donne, ora giustamente in rivolta. Oltre alla conferma di Guerini e Franceschini che aiuta a pacificare il partito, sarà il vicesegretario Andrea Orlando — 52 anni appena compiuti, una vita spesa per e dentro il partito — a occuparsi di una delle emergenze più gravi scatenata dalla pandemia.
Sembrava che si stesse preparando da giorni, il delfino di Zingaretti. Da giorni andava ripetendo che il blocco dei licenziamenti va prorogato e che l’agenda Draghi deve prevedere tra le priorità, oltre al Recovery, tre punti precisi: revisione degli ammortizzatori sociali, introduzione di nuovi strumenti per le politiche attive del lavoro, incentivi all’occupazione femminile e giovanile. Di sua competenza anche le politiche previdenziali con la transizione del dopo quota 100. Programmi che ora toccherà a lui tradurre in realtà.
A chi lo chiama per congratularsi Orlando non nasconde le difficoltà della sfida, che però a suo giudizio offre al Pd l’occasione per ricostruire un rapporto con il mondo del lavoro e con i ceti più svantaggiati sfilacciato da tempo. Un impegno da coniugare con il ruolo al Nazareno, che non sembra voler mollare. Anche se il tema inevitabilmente si porrà.

Classe 1969, spezzino, Andrea Orlando  non è certo alla sua prima esperienza di governo. Ministro dell’Ambiente con Enrico Letta, ha poi guidato il dicastero della Giustizia nei governi Renzi e Gentiloni. Inizia la sua carriera politica giovanissimo nella città in cui è nato, dove, nel 1989, diventa segretario provinciale della Fgci (Federazione giovanile comunista italiana). Il grande balzo nella scena politica nazionale avverrà più tardi, quando l’allora leader del Pd Walter Veltroni lo nomina portavoce del partito.

Nel 2017 tenta la scalata alla segreteria dem, candidandosi contro Matteo Renzi, che però viene riconfermato alla guida del Pd alle primarie di quello stesso anno. Il 17 aprile del 2019 il nuovo segretario del Partito democratico Nicola Zingaretti lo nomina suo vice. Alla formazione del secondo governo Conte, Orlando decide di non entrare nell’esecutivo. Preferisce occuparsi del partito, di come rilanciarlo e di come ricostruire un rapporto tra i cittadini e il Pd.

Lavoro tra Cig e licenziamenti, la partita sul tavolo di Orlando
Al numero due del Pd uno dei dossier più spinosi: la riforma per le politiche attive del lavoro. Il reddito di cittadinanza dovrà essere migliorato e rivisto così come l’eredità del Decreto dignità

Il Sole 24 Ore. Per il difficile dossier “lavoro”, il premier Mario Draghi si è affidato ad Andrea Orlando, 52 anni, con una lunga esperienza da politico (nel Pd) e da ministro per tre precedenti governi.

Il vice di Nicola Zingaretti ha scalato tutti i gradini del partito, iniziando la carriera politica giovanissimo e diventando a 20 anni segretario della federazione giovanile comunista di La Spezia, poi capogruppo del Pci nel consiglio comunale della sua città natale. Come molti suoi colleghi che si sono dedicati prestissimo alla vita politica, dopo la maturità scientifica, frequenta giurisprudenza senza laurearsi. Il salto lo compie nel 2003 quando Piero Fassino lo nomina vice responsabile dell’organizzazione, ed è responsabile dell’organizzazione anche nel Pd di Walter Veltroni che lo nomina portavoce del partito. L’anno dopo Pier Luigi Bersani gli affida il forum giustizia, per poi entrare nella commissione giustizia della Camera.

Inizia dunque la sua esperienza di governo, prima nel 2013 come ministro dell’Ambiente del governo Letta, poi nel 2014 con il governo Renzi diventa ministro della Giustizia, incarico confermato nel 2016 dal governo Gentiloni. Nel 2017 è sconfitto nella sfida con Renzi alle primarie.

Forte della sua esperienza politica, Orlando dovrà occuparsi di dossier scottanti, a partire dal blocco dei licenziamenti in scadenza il 31 marzo, che vede da un lato i sindacati premere per una nuova proroga e dall’altro le aziende chiedere di superare il blocco per poter avviare i processi di ristrutturazione aziendale. C’è poi il tema della proroga della cassa integrazione d’emergenza, visto che a fine marzo finiranno per molte aziende le 12 settimane gratuite concesse dalla legge di Bilancio. La riforma degli ammortizzatori sociali è un’altra grande sfida; il suo predecessore, il ministro Nunzia Catalfo, non ha presentato una proposta, preferendo avvalersi di un team di esperti che ha elaborato una bozza criticata dalle parti sociali (la riforma ipotizzata costa 20 miliardi nella transizione, 10 a regime, con un incremento di costi per le imprese).

L’altra grande sfida è rappresentata dal decollo delle politiche attive. Nella legge di Bilancio ci sono 500 milioni, buona parte va all’estensione dell’assegno di ricollocazione ai disoccupati e ai cassintegrati (l’esecutivo gialloverde lo aveva limitato ai soli percettori del reddito cittadinanza), ma l’impianto della norma disegnato dai tecnici M5S lascia fuori le agenzie per il lavoro private. A Orlando anche il compito di migliorare il reddito di cittadinanza; di rilanciare occupazione giovanile e femminile, superando le rigidità del decreto Dignità, e di proseguire la strada della riduzione del costo del lavoro. Fino a 100 euro al mese sono andati ai redditi entro 40mila euro. Resta da completare il disegno, riducendo il cuneo anche per le imprese.

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