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“Contro gli sprechi sciogliamo le Regioni”. La provocazione del governatore Caldoro: sono un doppione dello Stato

Francesca Schianchi. Ora o mai più bisogna fare una scelta definitiva: sciogliere le attuali regioni». Mentre in Parlamento si discute la riforma del Senato e il dibattito si scalda su elettività e immunità, il governatore della Campania Stefano Caldoro si concentra invece sul Titolo V e la materia concorrente. Per fare una proposta audace.

Presidente, la proposta di riforma del Senato non le pare sufficiente?

«E’ certo che bisogna superare il bicameralismo e l’ipotesi di riforma dopo gli emendamenti dei relatori è migliore di quella precedente. Il tema però è che se fai una Camera delle autonomie e lavori sul Titolo V, allora è il momento di risolvere il grande problema italiano: la definizione dei poteri. Io credo si debba decidere che i poteri gestionali amministrativi siano, come previsto dalla Costituzione, in capo ai comuni e allo Stato, e quindi va rivisto il ruolo delle regioni. Da questo punto di vista la riforma mi sembra timida, e invece sarebbe il momento di una scelta definitiva».

Quale scelta definitiva?

«Lo scioglimento delle attuali regioni».

Detto da un presidente di regione fa un certo effetto: perché vanno sciolte?

«Non abbiamo né il modello tedesco, dove sono forti i lander, né quello francese, dove è più forte lo stato centrale, qui le regioni sono dei mini-stati senza che si sia sciolto lo Stato. Si raddoppiano i tempi e le funzioni, e non si semplifica».

Quindi secondo lei come bisognerebbe intervenire?

«Io immagino una modifica dell’articolo 131 della Costituzione (quello che elenca le venti regioni, ndr.) per istituire regioni che comprendano da 6 a 10 milioni di abitanti. Poche macroregioni che diventino grandi enti di programmazione e pianificazione territoriale, che si occupino di leggi territoriali e facciano da regolatori dei diritti territoriali, con bilanci leggerissimi».

A quanto ammontano oggi i bilanci delle regioni?

«La capacità di spesa di tutte le regioni ammonta a circa 20 miliardi di euro, esclusa la sanità, che corrisponde a circa altri 105-110 miliardi».

La sanità a chi la affiderebbe?

«Dovrebbe essere sempre più nazionale sui Lea, i livelli essenziali di assistenza, garantendo uniformità di trattamento ai cittadini. Non è possibile che se nasci in una regione piuttosto che in un’altra il tuo diritto alla salute cambia».

Lei ha parlato con il premier Renzi di questa sua proposta, che le rispose con una battuta definendosi «caldoriano»…

«E io gli risposi che se lui ci riesce io divento renziano! Tutti si sono resi conto che il problema esiste, ma ci sono resistenze da parte di chi non vuole cambiare. Per pigrizia, perché il percorso è lungo e complicato…».

Chi non vuole cambiare? I suoi colleghi delle Regioni?

«Anche dal fronte delle regioni ci sono resistenze, in alcuni casi legittime: c’è chi fa notare che ci sono casi in cui le regioni fanno le cose meglio dello Stato. Ma con il modello che propongo io penso che le regioni sarebbero valorizzate ed esaltate: certo è una scelta politica, non di potere».

Ci sono altri governatori a pensarla come lei, a voler togliere alle regioni soldi e potere?

«Non c’è unanimità di vedute ma altri condividono questo tema».

Con il leader del suo partito, Berlusconi, ne ha mai parlato?

«Certo, e sarebbe favorevole».

E nel Pd pensa sarebbero favorevoli?

«Non lo so, ma credo ci siano posizioni più prudenti. Io però penso che vada fatto oggi, mentre si discute di Titolo V. Questo cambiamento valorizzerebbe il ruolo delle regioni, affidando loro una missione coerente all’originario spirito della Costituzione».

La Stampa – 4 luglio 2014 

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