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Focolai umani di Covid-19 in Italia. Un problema antropozoonosico e di biosicurezza da affrontare in chiave One health?

I recenti focolai umani di COVID-19 (SARS-CoV-2) in Lombardia e Veneto inducono a porre alcune domande sul potenziale antropo-zoonosico dei coronavirus, ovverossia se l’uomo possa infettare gli animali di compagnia, in cui, in maniera asintomatica, sono già presenti coronavirus animali. La co-infezione di differenti ceppi di coronavirus nello stesso soggetto può infatti dare luogo alla formazione di nuovi biotipi/patotipi. Quanto si osserva in campo avicolo con l’utilizzo di vaccini vivi attenuati a base di coronavirus per la bronchite infettiva aviaria, e le riportate rotture di immunità devono far riflettere sulla biosicurezza negli allevamenti intensivi e costituire uno spunto per la ricerca veterinaria. E più in particolare, alla luce del COVID-19, ci potremmo aspettare l’inserimento della bronchite infettiva tra le malattie avicole soggette a denuncia obbligatoria?

La evoluzione dei genomi di COVID-19 dagli isolati umani

La recentissima comparazione delle sequenze genomiche degli isolati da nuovo coronavirus da pazienti umani con sintomatologia in atto, indicano come il contagio sia partito fondamentalmente a livello inter-umano. La variabilità genomica è risultata contenuta nei primi isolati, compatibilmente a quella propria di virus a singolo RNA positivo che utilizzano una RNA polimerasi RNA negativo-dipendente, per la loro replicazione (le RNA polimerasi notoriamente sono meno fedeli delle DNA polimerasi nella trascrizione delle basi puriniche e pirimidiniche, con un errore stimabile ogni 10 mila paia di basi).

Tuttavia, gli ultimi isolati per i quali è stata deposta la sequenza genomica nei database ad accesso libero, dimostrano una maggiore variabilità genomica e “distanza” dai primi isolati.  E’ legittimo, quindi, porsi la domanda se si tratti di una “deriva” dovuta ad una importante replicazione dello stesso ceppo virale, ovverossia se si tratta di nuovi biotipi COVID-19, quale risultato di co-infezioni di 2 coronavirus differenti in uno stesso ospite.

 

Le raccomandazioni del CDC di Atlanta nel rapporto uomo ammalato-animale da compagnia

In tale senso, appare oltremodo interessante osservare il capovolgimento di prospettiva del Centro per le malattie comunicabili (Cdc) di Atlanta (Usa), in merito alla potenziale trasmissione non tanto dall’animale all’uomo, ma dall’uomo all’animale. Un discorso di antropo-zoonosi e di ri-assortimento virale per possibile co-infezione tra virus umano e animale. I focolai di COVID-19 in Italia pongono alcune sfide in chiave One Health.

Si riporta qui di seguito la domanda-risposta a due FAQ su coronavirus e animali sul sito CDC:

“Devo preoccuparmi degli animali da compagnia e altri animali per il COVID-19?” Sebbene si possa a ragione ipotizzare che il COVID-19 sia originato da un serbatoio animale, il contagio attuale è inter-umano. Non c’è motivo di pensare che qualsiasi animale da compagnia possa contagiare l’uomo negli Stati Uniti.

“Se sono ammalato, devo evitare di prendermi cura degli animali da compagnia?” Sebbene non ci siano state segnalazioni di animali da compagnia e non che si sono ammalati con COVID-19, ci sono molti ceppi di coronavirus responsabili di malattia negli animali e che diffondono tra animali e uomo. Finchè non ci saranno ulteriori conoscenze, evita il contatto con gli animali, o indossa una mascherina di protezione per il viso, se devi stare tra gli animali o prendertene cura. 

 

Gli animali da compagnia in Italia: 60 milioni

In Italia la popolazione di animali da compagnia è stimata in 60 milioni di esemplari. Cani e gatti la fanno da padrone, seguiti a ruota da conigli, piccoli roditori, uccelli, tartarughe… E in queste specie i coronavirus sono presenti molto spesso in forma asintomatica, con uno sviluppo di una sintomatologia clinica evidente (ad esempio peritonite infettiva nel gatto), laddove viene ad emergere un nuovo biotipo (o patotipo) probabilmente risultato di co-infezione tra due ceppi di coronavirus differenti.

 

L’allevamento intensivo avicolo e la vaccinazione contro la bronchite infettiva

E in campo aviare? Qui il problema riguarda anche la biosicurezza di allevamenti intensivi che ospitano fino a 2 milioni di soggetti (in Italia il patrimonio avicolo è stimato in 470 milioni; lasciamo alla curiosità di chi legge la consultazione dei dati nella Banca dati nazionale istituita dal ministero della Salute presso l’Izs dell’Abruzzo e Molise di Teramo). Si fa corrente uso di vaccini vivi attenuati somministrati in incubatoio o nel primo giorno di vita come aereosol per inalazione o nei soggetti adulti e in riproduzione con l’acqua di abbeverata.

Tali vaccini vivi attenuati risultano ancora “convenzionali” e quindi in grado di dare luogo a co-infezioni nello stesso ospite in presenza del virus da strada, co-infezioni che spesso sono all’origine degli episodi di “rottura” di immunità vaccinale.  Questo problema sanitario in chiave One-Health dato dall’utilizzo di vaccini vivi attenuati è stato evidenziato in epoca non sospetta (settembre 2019) dai ricercatori di Medicina animale, produzioni, e salute dell’Università di Padova sulla rivista Veterinary research, che hanno anche ricostruito la conformazione (struttura quaternaria) della glico-proteina (la cosiddetta spike-protein) responsabile dell’aggancio del virus della bronchite infettiva all’epitelio respiratorio e hanno seguito la progressiva modifica dei siti ritenuti responsabili dell’attivazione della risposta immunitaria (epitopi) in seguito agli interventi vaccinali con ceppi attenuati nel pollo da carne .

Da notare che poi le linee ad alta selezione genetica risultano fondamentalmente immuno-depresse, per cui la somministrazione ripetuta di vaccini anti-coronavirus vivi attenuati è d’obbligo per garantire una copertura immunitaria di una qualche efficacia. I vaccini spenti, più sicuri in termini di biosicurezza ormai sono stati abbandonati, e al momento sul mercato italiano non risultano disponibili alternative più innovative, quali ad esempio vettori virali apatogeni ingegnerizzati, che veicolano le sostanze immunogene per coronavirus.

 

La medicina preventiva veterinaria

pluimvee; hoenders; broilers; hoenderboerdery; hoendervleis; witvleis;

Ai fini della conoscenza, e di una medicina veterinaria di prevenzione, sarebbe oltremodo utile rendere accessibili le sequenze dei coronavirus vaccinali e di campo negli animali in Italia, proprio per seguire le dinamiche, e dare risposte di alto livello tecnico scientifico in grado di contrastare l’”infodemia” e di portare la barra della discussione su scenari appunto diagnostici e di prevenzione innovativi, quali ad esempio nuove forme vaccinali più rispettose della biosicurezza, a parità di efficacia. Tali presidi vaccinali innovativi peraltro risultano già disponibili per altre malattie infettive aviari. Questo per la regione Veneto, anche alla luce del suo patrimonio avicolo, sarebbe di sicuro un punto di forte qualificazione. Lo strumento gestionale? Considerare l’inserimento della bronchite infettiva aviare – specie alla luce di COVID-19 – tra le malattie soggette a denuncia obbligatoria – e quindi conoscere con maggiore puntualità i casi, la diagnosi virologica con l’evoluzione dei genomi coinvolti per opportuno inserimento nei database aperti: è la strada che è già stata aperta da illustri virologi veterinari.

 

Didascalie immagini:

Immagine 1: evoluzione filogenetica dei vari isolati di COVID-19 umani a partire dai primo casi per cui sono state messe a disposizione  le sequenze – dati aggiornati al 15 Febbraio 2020. Tratto dal sito: http://virological.org/

Immagine 2:  Fattori ecologici ed epidemiologici alla base della trasmissione di agenti zoonosici da animali selvatici all’uomo, fattori che devono risultare allineati in modo geografico e temporale. Nel caso di trasmissione dall’uomo all’animale da compagnia è ragionevole ritenere una più rapida trasmissione, anche per una più forte e prolungata condivisione di ambienti indoor.

Immagine 3: Stima della popolazione di animali da compagnia in Italia, secondo il rapporto Assalco – Zoomark, stima basata sui dati di acquisto del petfood.

Immagine 4:  Indumenti di protezione individuali applicati ai pets per malattie trasmissibili per via aerogena, riportati dai bloggers e pubblicati sul sito del Daily mail. Un esempio di come si sottostimi il rischio costituito dall’uomo nel veicolare agenti zoonosici agli animali di compagnia in cui risultano già presenti coronavirus animali in forma asintomatica. La maschera non protegge dalle infezioni aerogene, ma abbatte il rischio di trasmissione se indossata da parte di chi ha sintomatologia respiratoria in atto.

 

(riproduzione ammessa solo citando la fonte – testo raccolto a cura della redazione)

22 febbraio 2020

 

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