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Dai debiti arretrati della Pa buco di 30 miliardi per le aziende. Lo studio: nel 2013 più oneri per 5,8 miliardi. In settembre nuova tranche di pagamenti

Paolo Baroni. Andranno anche in pagamento entro il 21 settembre, giorno di San Matteo, gli arretrati della pubblica amministrazione. E alla fine saranno almeno 60 miliardi di euro che torneranno in circolo. La «ferita» nei conti delle impresa però resta molto profonda.

Solo l’anno passato – denuncia Impresa lavoro, centro studi di ispirazione liberale guidato dall’economista Giuseppe Pennisi – i ritardi nei pagamenti da parte delle amministrazioni pubbliche hanno comportato oneri per 6,8 miliardi, in deciso aumento rispetto agli passati. Perché nonostante lo stock di arretrati si sia lievemente ridotto, passando dagli 87,3 miliardi del 2010 ai 74,2 dell’anno passato, nel frattempo sono diventati più onerosi i finanziamenti bancari. Se si allarga lo sguardo al periodo 2009-2013 si vede poi che il costo complessivo a carico del sistema produttivo è stato pari a 29,9 miliardi di euro.

Un buco enorme, che ha avuto riflessi a cascata arrivando a «coinvolgere imprese subfornitrici e dipendenti».

Il Centro studi di «Impresa lavoro» elenca così i principali effetti negativi, che sono minori investimenti operati dalle imprese in conseguenza della minore disponibilità di capitale, la riduzione di dipendenti e quindi della distruzione di posti di lavoro, i costi del dissesto delle imprese che, per le conseguenze dei ritardi di pagamento della Pa, si sono trovati in una situazione di insolvenza, fino ad arrivare (nei casi più gravi) al fallimento, e infine i costi diretti ed indiretti a carico dei contribuenti.

Questo perché, a partire dal 1° gennaio 2013, il recepimento di una direttiva europea ha obbligato tutta la pubblica amministrazione a versare gli interessi di mora sui ritardi, calcolati sulla base del tasso di riferimento Bce maggiorato di 8 punti percentuali su base annua. «Tale misura non compensa del tutto il costo del capitale a carico delle imprese italiane ma grava comunque sui cittadini italiani per oltre 3 miliardi di euro all’anno». Anche questo un peso considerevole.

Del resto, come si evince dai dati Eurostat – segnala ancora Impresa lavoro – «l’Italia è il paese che presenta il maggiore stock di debito commerciale, ed anche di quello insoluto. Già dal 2010, ha il peggior rapporto tra debiti commerciali e Pil, superando sia la Spagna che la Grecia, gli unici in Europa a parte l’Italia a superare il 3% in questo rapporto». E anche i tempi di pagamento medi della Pa italiana, in base alle stime di Intrum Justitia, sono ancora i più lunghi d’Europa.

I ritardi nei pagamenti ed i costi che le imprese sono costrette a sostenere producono una distorsione anche sul piano della concorrenza con i fornitori esteri che appartengono ai paesi più virtuosi: in termini di assorbimento di capitale, il costo di una fornitura standard per un’impresa italiana che lavora con la Pubblica amministrazione è infatti pari al 4,2% del fatturato ed è di gran lunga più elevato rispetto a quello di Germania (0,6%) e Francia (1,2%).

La Stampa – 11 agosto 2014 

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