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Dipendenti pubblici, blocco dei contratti e delle retribuzioni: il tribunale di Roma solleva la questione di incostituzionalità

tar 445Il giudice del Tribunale del lavoro di Roma, Ileana Fedele, con ordinanza del 27 novembre, ha dichiarato rilevante l’eccezione di incostituzionalità sollevata sul blocco dei contratti e degli stipendi dei dipendenti pubblici, e ha rimesso alla Corte Costituzionale la questione della legittimità costituzionale delle norme che hanno disposto nel pubblico impiego il blocco della contrattazione collettiva ed il congelamento degli aumenti contrattuali per la durata di ben quattro anni e cioè dal 2011 al 2014, blocco confermato nella legge di stabilità approvata al Senato. Il Tribunale ha osservato  come bloccare le dinamiche contrattuali e retributive per un così lungo arco temporale significhi azzerare il diritto alla contrattazione e alla percezione della giusta retribuzione, accollando sui soli pubblici dipendenti i sacrifici dell’attuale crisi economica.

«In un regime normativo nel quale la retribuzione è determinata da accordi di categoria», scrive il giudice nell’ordinanza, «il rispetto del principio costituzionale della proporzionalità tra il lavoro svolto e la sua remunerazione è affidato proprio allo strumento del contratto collettivo: la inibizione prolungata della contrattazione solleva il legittimo dubbio di una conseguente violazione del principio di proporzionalità e sufficienza della retribuzione».

Secondo il giudice ci sarebbe inoltre la violazione dell’articolo 3 della costituzione in quanto la legge impugnata «solleva dubbi sulla violazione dei principi di uguaglianza, ragionevolezza legislativa di solidarietà sociale. In effetti», si legge nella sentenza, «dove l’esigenza inderogabile di diminuzione della spesa derivasse dalla eccezionalità della situazione economica internazionale, ne discenderebbe la necessità di accollare tale onere sulla collettività considerata nel suo insieme e non solo di una parte dei cittadini ovvero pubblici dipendenti. Per questo», scrive il giudice, «l’approccio appare in contrasto anche con l’articolo 2 della costituzione», ovvero con «i principi di solidarietà sociale, politica ed economica».

Il giudice ricorda come già in passato la Corte Costituzionale abbia dichiarato legittime disposizioni analoghe a quelle contestate oggi ma sottolinea come le varie pronunce, «pur salvaguardando le misure adottate, abbiano nel contempo definito le condizioni ed i limiti di azione per il legislatore in simili circostanze».

Inoltre, si legge ancora, nel caso in esame le misure restrittive sono state disposte per un triennio, prorogabili per un ulteriore anno, sino a dicembre 2014, in tal modo «difettando nella sostanza quel requisito dell’eccezionalità e di temporaneità». Il blocco della negoziazione sugli incrementi retributivi per un lasso di tempo così lungo diventa secondo il giudice «un vero e proprio congelamento della fisiologica dinamica retributiva».

L’ordinanza è stata resa a seguito di un ricorso proposto dalla FLP – Federazione Lavoratori pubblici e funzioni pubbliche, e dalla FIALP – Federazione Italiana Lavoratori Pubblici, assistiti dagli avvocati Michele Mirenghi, Stefano Viti e Michele Lioi.

Per il governo il ricorso alla Consulta è un’enorme spada di Damocle che pende sui conti pubblici. La stretta sugli stipendi degli statali ha permesso di risparmiare fino ad oggi qualcosa come 11,5 miliardi di euro. Il nuovo blocco della contrattazione inserito dal governo Letta nella manovra finanziaria, dovrebbe permettere ulteriori risparmi per altri 5 miliardi di euro, grazie non solo al congelamento delle retribuzioni, ma anche al blocco del turn over fino al 2018.

Cosa deciderà la Consulta? Difficile dirlo, così come è difficile riuscire ad indovinare i tempi che saranno necessari ai supremi giudici per pronunciarsi. Tuttavia, le ultime decisioni prese dalla Corte su questioni che hanno riguardato stipendi e pensioni sono sempre state di una sonora bocciatura per le misure del governo. Come nel caso del taglio sugli emolumenti della pubblica amministrazione superiori a 90 mila euro (riduzione del 5%) e a 150 mila euro (riduzione del 10%), giudicato incostituzionale perché contrario all’articolo tre della Carta, quello che stabilisce l’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. O, ancora, la bocciatura del prelievo di solidarietà sulle pensioni d’oro, respinto con perdite dai giudici della Consulta perché giudicato irragionevole e discriminatorio. Ma se su stipendi e pensioni d’oro ballavano ”poche” decine di milioni, su un’eventuale bocciatura del blocco degli stipendi sono in gioco svariati miliardi.

2 dicembre 2013 

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