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Dipendenti pubblici, stop ai premi se la Pa valuta tutti eccellenti. La quota di personale cui attribuirli non sarà superiore al 30%

Per i premi agli statali arriva la «regola del 30%». Sarà questa la nuova percentuale da tenere a mente nella griglia dei parametri che provano a differenziare in base alla «produttività» le buste paga negli uffici pubblici. Ennesimo tentativo, va detto subito, che per riuscire meglio dei suoi tanti predecessori inserisce però un altro parametro: negli uffici in cui la valutazione migliore riguarderà più di quattro dipendenti su dieci, il bonus sarà azzerato.

La regola è scritta nell’ultima bozza del nuovo contratto nazionale delle «funzioni centrali», il comparto che aggrega ministeri, agenzie fiscali ed enti pubblici non economici (Inps, Aci e così via) e traccia la strada anche per gli altri settori della Pa.

Nel testo, da domani sul tavolo delle trattative non stop che nelle speranze del governo (e dei sindacati) dovrebbero portare all’accordo entro la settimana, compare anche la forma scritta della clausola per tutelare gli 80 euro a chi li riceve oggi, sotto forma di «elemento perequativo» per le fasce di reddito più basse, il richiamo al welfare aziendale (affidato alla contrattazione integrativa ente per ente) e la salvaguardia delle indennità su misura che caratterizzano le buste paga dei comparti ora fusi nelle «funzioni centrali». I dipendenti delle agenzie fiscali, in pratica, continueranno a ricevere l’indennità integrativa speciale e i premi distribuiti con i fondi collegati al raggiungimento degli obiettivi anti-evasione. E anche i ministeri si vedranno replicare l’architettura attuale dello stipendio. Per l’allineamento dei meccanismi retributivi in tutta l’amministrazione centrale, c’è tempo, anche perché affrontare la questione oggi avrebbe alzato ostacoli insormontabili sulla strada di un accordo rapido. E in cantiere continua a esserci una riforma delle agenzie fiscali che prima o poi dovrebbe fissare le regole per il settore.

Ma l’intesa entro Natale, indispensabile a portare gli aumenti in busta paga entro marzo, non è scontata, e proprio il capitolo-premi potrebbe offrire qualche motivo di discussione. La riforma Madia abbandona il tentativo (inattuato) della legge Brunetta del 2009, che avrebbe imposto di azzerare i bonus a un dipendente su quattro dividendo gli organici in tre fasce di merito e concentrando le somme più ricche al 25% etichettato come più produttivo. In una visione meno “agonistica” la nuova legge, attuata dai decreti legislativi 74 e 75 del maggio scorso, mette l’accento sulla produttività «collettiva», che andrebbe misurata sul livello dei servizi erogati dall’ufficio. Ma non cancella i premi individuali, a cui andrà destinata una quota delle risorse.

Interviene qui la regola del 30%, in una doppia declinazione. Il bonus ai “migliori” dovrà essere superiore di almeno il 30% rispetto alla media degli incentivi individuali, e questi “migliori” dovranno rappresentare al massimo il 30% dei dipendenti. Qualche assestamento potrebbe arrivare a consuntivo, quando si potrebbe verificare che i dipendenti collocati in prima fascia, cioè accompagnati dai giudizi più rotondi, sono più numerosi. Fino al 40% nessun problema, nel senso che i premi andrebbero riproporzionati in base ai nuovi destinatari senza aumentarne il valore complessivo. Ma in caso di valutazioni troppo generose, come accade nelle tante Pa in cui oggi sulla carta esiste la paradossale “eccellenza generalizzata”, il meccanismo si bloccherebbe, e tanta prodigalità dei giudizi finirebbe per azzerare i premi. Sempre che il meccanismo superi la trattativa.

Gianni Trovati – Il Sole 24 Ore – 19 dicembre 2017

 

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