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Aflatossine, si sperimenta l’azoto per «pulire» il mais. Contro l’emergenza scende in campo lo Zooprofilattico

1a1a1a1a_0a00maisContro le aflatossine scende in campo anche l’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie (Izsve). D’altronde era inevitabile che uno dei centri più importanti d’Italia per la tutela del benessere animale, della sicurezza alimentare e della tutela ambientale si spendesse per risolvere una delle emergenze che ha provocato ingenti danni all’agrozootecnia del territorio. «Insieme ai servizi veterinari regionali siamo impegnati nella ricerca di metodi per detossificare le partite di mais contaminate – racconta Igino Andrighetto, direttore generale Izsve -. Stiamo cercando di lavorare utilizzando l’ozono, che è un gas più maneggevole e molto meno pericoloso rispetto all’ammoniaca, indicata dal ministero della Salute nelle procedure per abbattere la presenza di aflatossine».

Operazioni naturalmente condotte con la deroga concessa dalla Regione Veneto, che sul fronte della lotta alle aflatossine si sta rivelando fra le più attive, essendo anche l’area della Pianura padana forse colpita con maggiore intensità. La fase sperimentale è in corso e nelle prossime settimane si avranno indicazioni più precise. «I primi risultati sono soddisfacenti – anticipa Andrighetto – ma di più non posso dire. Tanto meno dove si trova l’essiccatoio messo a disposizione da imprenditori del Triveneto».

L’unica raccomandazione reiterata dal direttore dell’Izsve a più riprese è questa: «Quando troviamo mais contaminato e con valori oltre la soglia di legge, il prodotto viene sempre e comunque distrutto». Un mantra che ripete «per non ingenerare falsi allarmismi, per colpa dei quali il settore in passato ha pagato eccessivamente e senza avere colpe, come nel caso dell’influenza aviaria di qualche anno fa».

Anche la Bse, ricorda Andrighetto, fu oggetto di un’attenzione mediatica morbosa e scorretta. «Oggi la malattia è scomparsa – precisa – anche se continuiamo a effettuare controlli e ricerche di laboratorio sugli animali a terra». Una premessa di sicurezza che potrebbe ragionevolmente ammorbidire la linea dell’Unione europea relativamente al bando delle farine animali. «Produciamo scarti da proteine nobili e in un momento in cui le materie prime sono soggette a forti volatilità il divieto di utilizzo delle farine animali torna a essere problema di economia del sistema – afferma -. Una soluzione da prendere in considerazione è quella di fornire solo amminoacidi, in modo da essere sicuri di non avere problemi di proteine e prioni ed evitando ogni ipotesi di cannibalismo».

Passi avanti, grazie a ricerca e innovazione, ne sono stati fatti in agricoltura e nel comparto zootecnico. «C’è stata una crescita culturale da parte di tutti gli addetti ai lavori – osserva – e nella maggior parte dei casi si instaura un rapporto di collaborazione fra autorità, centri di analisi e agricoltori e allevatori stessi». La strada, in ogni caso, è ancora lunga. «Serve maggiore attenzione verso gli aspetti igienico-sanitari – indica la rotta il direttore dell’Izsve -. Con un consumatore sempre più attento serve un allevatore più trasparente». Se dovesse indicare una linea di programma per gli anni a venire, Andrighetto ritiene che «una migliore tracciabilità, anche per gli animali importati o le materie prime come il latte, contribuisce a sapere qualcosa di più sui paesi di provenienza, anche all’interno della stessa Ue».

L’approccio dell’Italia, che assoggetta il settore veterinario al ministero della Salute e non a quello delle Politiche agricole, «garantisce maggiori tutele ai consumatori, come dimostra il fatto che nel nostro Paese non si sono verificati casi di diossine, escherichia coli o mozzarelle blu». Seppure dirigente di un ente di diritto pubblico, Andrighetto promuove il protocollo sottoscritto fra l’Associazione italiana allevatori, la Fnovi e l’Anmvi per il veterinario aziendale. «La mia visione è molto positiva – commenta – perché il veterinario è il primo sensore di come va il sistema. L’autocontrollo razionalizza i costi e diventa la prima istanza del monitoraggio ufficiale». Fra le attività dell’Izsve si inserisce anche la pet therapy, nella sezione territoriale di Verona e Vicenza. Partiti nel 2005, in breve tempo l’istituto si è affermato a livello nazionale per la cura con gli animali da affezione.

Matteo Bernardelli – Agrisole – 2 marzo 2013

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