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Emergenza aviaria. Noi veterinari ce la ricordiamo bene. E oggi chiediamo a tutti senso di responsabilità

aviaria abbattimentoCosa è stato l’allarme aviaria della prima metà degli anni 2000 i veterinari pubblici del Nord Italia lo sanno molto bene.  Tanti tra noi hanno ancora molto vivo il ricordo del lavoro senza sosta di quei mesi, anche 12-13 ore al giorno, negli allevamenti.  Chiusi nelle nostre protezioni, lottavamo contro il tempo, la minaccia dell’epidemia e il panico. O ancora ricordiamo il lavoro nei macelli, a imporre agli operatori estenuati le norme di tutela, le bollature speciali e i limiti di movimentazioni. Al nostro fianco, o nei loro laboratori o sul campo, c’erano i colleghi dell’IzsVe. In quel momento la psicosi dei consumatori era al massimo e la sorveglianza sanitaria raggiunse livelli senza precedenti. Ma cosa fu quell’emergenza lo sanno molto bene anche gli allevatori e gli operatori del comparto avicolo delle nostre regioni, che persero in quella crisi milioni di euro.

Oggi su un quotidiano veneto alcuni di loro ricordano: «Eravamo visti come degli appestati e costretti all’isolamento, anche fisico».

In questi giorni le anticipazioni di un settimanale su un’inchiesta giudiziaria (di cui non conosciamo ancora nulla di ufficiale) ci riportano al clima di quegli anni.  Ci fu un’esagerazione in quell’allarme? C’erano gli interessi spregevoli di qualcuno dietro le decisioni istituzionali e il clamore mediatico? E’ giusto saperlo. Ed è proprio perché l’emergenza aviaria l’abbiamo vissuta sulla nostra pelle che chiediamo oggi ai media, agli inquirenti, all’opinione pubblica e alle istituzioni l’equilibrio e il senso di responsabilità che allora, da parte di qualcuno, mancarono.

Attendiamo dunque con fiducia il lavoro della magistratura, senza sparare aprioristicamente su qualcuno e senza trarre conclusioni che potrebbero essere molto facili, ma altrettanto premature, ingiuste e pericolose. La sanità pubblica ha bisogno di credibilità e autorevolezza per poter governare con efficacia le emergenze (Roberto Poggiani)

Aviaria, virus e vaccini. Gli sviluppi della vicenda sui giornali di oggi

Il giorno dopo lo “scoop” dell’Espresso i quotidiani tornano sulle rivelazioni del settimanale. Molto spazio oggi è riservato ai commenti. Prima di tutto alla difesa di Ilaria Capua, riportata da un po’ tutti i giornali, e alle iniziative che la ricercatrice ha intrapreso per tutelarsi. Ma anche i dirigenti dello Zooprofilattico vengono interpellati per conoscere la loro versione di fatti che risalgono ormai a diversi anni fa. Il Mattino di Padova raccoglie le dichiarazioni del direttore generale dell’IzsVe Igino Adrighetto, il Corriere del Veneto quelle del direttore amministrativo Renzo Alessi. Sempre il Mattino riporta le impressioni degli allevatori e degli operatori economici. Intanto le grande testate nazionali scendono in campo con estrema cautela. L’Espresso, pur puntando sul nome di Ilaria Capua – che forse è il personaggio mediaticamente più conosciuto – ha tirato in ballo anche i più alti dirigenti del ministero della Salute e i componenti della commissione consultiva sul farmaco. Sono nomi di peso e ben noti a chi lavora nel settore.

Oggi il Corriere della Sera si occupa della vicenda, con un paio di colonne a fondo pagina, prendendone però le distanze: “Un traffico internazionale di virus in cui sono coinvolti scienziati di fama mondiale, altissimi funzionari ministeriali italiani, top manager di industrie specializzate nella produzione di vaccini. Ci sarebbe tutto questo in un’inchiesta dai contorni oscuri sviluppatasi addirittura da rami di indagini che risalgono al lontano 1999 e che, dopo l’attentato alle Twin Towers dell’11 settembre 2001, ha portato l’intelligence statunitense a segnalare alle autorità del nostro Paese il pericoloso percorso — attraverso vari Paesi — di spedizioni contenenti fialette di virus dell’influenza aviaria al solo scopo di alimentare e incrementare il business transnazionale. Il condizionale è d’obbligo perché risulterebbero indagati una quarantina di personaggi dai nomi altisonanti ma dal procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo e dai carabinieri del Nas che stanno svolgendo gli accertamenti non è arrivata alcuna conferma né dell’esistenza dell’indagine, né tantomeno del coinvolgimento ufficiale nella stessa di chicchessia”.

Traffico di virus, Zooprofilattico in trincea. «Vennero i Nas nel 2007, poi più nulla»

zooprofilattico“I carabinieri avevano bussato nel 2007 con un mandato di perquisizione – scrive Alessandro Macciò sul Corriere del Veneto – senza farsi più sentire né vedere. E le indagini interne, avviate poco dopo, non avevano sortito effetto. Renzo Alessi, direttore amministrativo dell’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie di Legnaro (Padova), svela i retroscena dell’inchiesta che ha trascinato la virologa Ilaria Capua nell’occhio del ciclone: come anticipato dall’Espresso, la procura di Roma ha aperto un fascicolo sul conto della scienziata (e deputata) padovana e di alcuni dirigenti dell’Istituto, con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione, abuso di ufficio e traffico illecito di virus”.

“Ieri, all’Istituto di Legnaro (Padova), i ricercatori erano regolarmente al lavoro – scrive ancora il Corveneto – Non c’erano invece il direttore generale Igino Andrighetto, Stefano Marangon e Giovanni Cattoli, cioè i tre dirigenti iscritti nel registro degli indagati insieme a Capua, tutti impegnati fuori sede per incontri programmati in precedenza: «Il direttore generale Andrighetto e l’Istituto non sono coinvolti – assicura il direttore amministrativo Renzo Alessi -. I fatti risalgono al 2007 e non abbiamo più saputo nulla, per cui cadiamo dalle nuvole: all’epoca i diretti interessati avevano ricevuto l’avviso di apertura dell’indagine, e finora non è arrivata loro alcuna notifica di chiusura. Non sapevamo neppure se l’inchiesta fosse rimasta in piedi o era stata archiviata, e in ogni caso non ci sono fatti nuovi. Nel 2007, quand’erano venuti i carabinieri, avevamo aperto un’istruttoria parallela, avviata con i nostri strumenti amministrativi e durata qualche mese: non era emerso nulla e per noi il fatto contestato non sussiste. L’inchiesta riguarda soltanto materiale che possiamo cedere dietro autorizzazione ministeriale, non c’è nessun proibizionismo e la procedura è abbastanza semplice. Mi sembra strano che questa vicenda torni a galla dopo 7 anni»”.

“Bocche cucite – continua l’articolo di Macciò – invece alla Merial di Noventa Padovana, che vanta 102 collaboratori e nel 2012 ha prodotto 4 miliardi di dosi di vaccino. E intanto Giorgio Palù, virologo dell’Università di Padova, difende la collega Capua: «Sono esterrefatto, non riesco a credere che sia potuto succedere davvero. È del tutto lecito consegnare alle aziende farmaceutiche gli isolati di campo, di origine sia umana che animale come quelli avicoli, c’è molta attenzione sulle modalità di spedizione dei campioni pericolosi e sugli interventi di modifica genetica. La legislazione europea in tema di biosicurezza, recepita dall’Italia – continua il professor Palù -, è molto stringente, cataloga quattro classi di agenti infettivi e indica molto chiaramente come effettuare le dichiarazioni: i virus vanno spediti all’interno di involucri protetti, vanno ritirati alla dogana e denunciati all’Usl. L’Istituto Zooprofilattico delle Venezie poi è uno dei più seri e attrezzati: recentemente ho avuto modo di collaborare con loro, e ho sempre visto rispettare tutti i passaggi».

Il direttore Andrighetto: «Sereno, ma mi amareggia essere messi alla sbarra come untori»

«È tutto documentato, è tutto scritto. L’Istituto zooprofilattico delle Venezia ha sempre operato nel pieno rispetto della legalità». Sul Mattino di Padova, le dichiarazioni del direttore Igino Andrighetto, che ribadisce, di avere mantenuto un comportamento ineccepibile e respinge ogni accusa. «Ribadisco che né ora né in passato ho ricevuto avvisi di garanzia» aggiunge «e comunque stiamo parlando di fatti risalenti a sette anni fa. All’epoca c’erano stati dei controlli dei Nas nei nostri laboratori e al ministero, tanto che proprio a tutela dell’Istituto tramite il nostro legale avevo chiesto un parere al procuratore di Roma Capaldo, il quale aveva risposto che il comportamento dell’istituto era lecito».

Continua il Mattino: “Il numero uno dello Zooprofilattico, centro di eccellenza internazionale, ribadisce che chiunque aveva la possibilità di accedere legittimamente ai virus, nella massima trasparenza, chiedendo l’autorizzazione al ministero della Sanità. «Personalmente sono sereno e ho ricevuto tantissime attestazioni di fiducia e solidarietà. Mi amareggia il fatto di essere messi alla sbarra come untori dopo aver investito in sicurezza oltre due milioni. Voglio ricordare che appena una decina di giorni fa abbiamo contribuito a salvare una persona dell’Alta padovana che aveva contratto il botulino grazie alla celerità degli esami dei nostri laboratori»”.

Gli allevatori: «Tanti hanno chiuso, ai magistrati chiediamo chiarezza»

allevpolli-3A ricordare i danni “per decine di milioni di euro, prezzi in picchiata, milioni di animali soppressi, allevamenti deserti per mesi e mesi, aziende chiuse, crollo verticale dei consumi, imprenditori dell’indotto costretti a gettare la spugna” è Nicola Stievano in un suo articolo sul Mattino. “Lo spettro dell’influenza aviaria richiama queste ed altre immagini ai tantissimi allevatori veneti finiti nell’occhio del ciclone delle principali emergenze – continua – la prima agli inizi del Duemila, poi di nuovo nel 2005. Ogni volta lo stesso copione e il dilagare della psicosi. «Eravamo visti come degli appestati e costretti all’isolamento, anche fisico» ricordano alcuni imprenditori. La notizia del presunto traffico di virus riapre una vecchia ferita e agita sospetti di cui nessuno vorrebbe sentire parlare.

«La prima metà degli anni Duemila è stata drammatica» ricorda Renato Rossi, presidente padovano dell’Associazione veneta allevatori avicoli «e il settore ne ha pagato le conseguenze con una sensibile riduzione di aziende e fatturato, di almeno il 15 per cento». Oggi il Veneto conta circa 500 aziende avicole, fra tacchini e polli, e la più alta concentrazione in Italia. «Non solo gli allevamenti ma anche le piccole e medie aziende mangimistiche e di macellazione sono state costrette alla chiusura» aggiunge Rossi. Quasi una decina di anni dopo la rabbia è passata e per fortuna ci siamo lasciati alle spalle anche certi problemi. Personalmente fatico ad immaginare che il virus possa essere stato introdotto deliberatamente ma lasciamo che sia la magistratura a fare chiarezza. Posso solo dire che con l’Istituto zooprofilattico abbiamo sempre collaborato e trovato la massima disponibilità e professionalità, oltre che un costante punto di riferimento. Ci è stato detto che il virus era stato portato dai flussi migratori di anatre ed oche dall’Asia e ancora adesso permangono delle situazioni critiche, ad esempio in Cina e in Thailandia. Nel frattempo ci siamo attrezzati e il problema si è attenuato, anche se non dobbiamo mai abbassare la guardia. Più che gli aspetti sanitari adesso il problema sta nei mercati».

Giorgio Piazza, presidente di Coldiretti Veneto, ricorda cosa è successo nel 2005: «Fu sufficiente un solo articolo sul Corriere della Sera che paventava la pandemia per diffondere la psicosi in tutta Italia. Il Veneto, primo produttore, ha pagato un danno enorme. Inoltre c’è stata un’iper produzione di vaccino con un danno all’erario pubblico per parecchie decine di milioni di euro. Rimango deluso e basito del fatto che il nostro mondo è sempre tenuto in pochissima considerazione. Abbiamo patito danni per decine di milioni di euro e non resta che augurarci che venga fatta chiarezza. Noi siamo abituati a rispettare le norme e i consumatori hanno bisogno di sicurezze».

Da Lozzo Atestino, uno dei poli dell’avicoltura veneta, Francesco Zoia ricorda che il suo allevamento, pur non avendo animali ammalati, è stato “azzerato” e costretto allo stop per ben sei mesi. «Ovviamente il reddito d’impresa ne ha risentito pesantemente» racconta «e non era nella nostra consuetudine sterminare milioni di animali. Di fronte ad un focolaio nel raggio di un chilometro veniva bloccata qualsiasi forma di allevamento. Tutto questo però ha anche insegnato che la tracciabilità degli alimenti non deve essere fatta sull’onda dell’emotività e dei problemi sanitari ma piuttosto come prassi. Anche gli allevatori devono fare la loro parte per ridurre il rischio e la pressione delle malattie. Vanno rispettati i tempi di sosta fra un ciclo e l’altro e anche la densità degli animali. Le misure di biosicurezza ci sono e vanno applicate. È anche una questione di etica».

5 aprile 2014 

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