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Giro di vite sui consulenti della Pa, dal governo arriva un taglio del 15%. Ai distaccati solo incarichi gratis

consulenzedi Andrea Bassi. Matteo Renzi e il ministro della funzione pubblica Marianna Madìa impugnano le forbici e preparano un nuovo taglio del consulenze esterne delle amministrazioni pubbliche. La novità, a sorpresa, emerge dall’ultima bozza del decreto legge di riforma della Pa approvato dal consiglio dei ministri di venerdì scorso e che potrebbe nuovamente prendere la forma di un testo «omnibus» con dentro anche le misure fiscali e il taglia-bollette. La riduzione della spesa dei consulenti esterni sarà del 10 per cento quest’anno e di un altro 5 per cento entro il prossimo anno. Secondo la nuova versione del decreto, le amministrazioni dello Stato non potranno spendere nel 2014 più del 70 per cento di quanto speso nel 2013 per le consulenze. Le norme in vigore fissavano invece questa percentuale all’80 per cento. Nel 2015, come detto, si avrà un’ulteriore taglio del 5 per cento.

Il tetto alla spesa per i consulenti esterni sarà portato dall’attuale 75 per cento rispetto alla spesa del 2014 al 65 per cento. Ma quanto spende ogni anno lo Stato per mantenere il suo esercito di oltre 220 mila consulenti esterni? Secondo gli ultimi dati a disposizione del dipartimento per la Funzione pubblica, la spesa annua complessiva si avvicina a 1,3 miliardi di euro. Nonostante tutte le manovre per provare a frenare l’ascesa di questa spesa, l’esborso per le consulenze è in costante crescita. Rispetto all’anno precedente, l’ultimo dato disponibile, fermo al 2011, riporta un ulteriore aumento della spesa di circa il 4 per cento.

Il record delle consulenze lo detengono i Comuni, con una spesa annua che nell’ultima rilevazione ha superato i 330 milioni di euro. Subito a seguire c’è il servizio sanitario nazionale con 306 milioni di euro e, più distante, le Università con 168 milioni. Nella rilevazione effettuata dal ministero della funzione pubblica, tuttavia, mancano i dati delle Authority indipendenti. A queste ultime, per quanto riguarda sempre le consulenze, il decreto del governo riserva un trattamento ancora più draconiano rispetto alle altre amministrazioni. La spesa per incarichi esterni degli organismi indipendenti, si legge nella bozza del provvedimento, dovrà essere tagliata del 50 per cento. E se per ridurre i costi delle consulenze Renzi e Madìa hanno impugnato la forbice, per ridurre le distorsioni nell’allocazione del personale nelle amministrazioni pubbliche hanno tirato fuori uno strumento differente, il piccone.

Per abbattere un’altra prassi molto in voga nel pubblico, gli incarichi dirigenziali a personale distaccato da altre amministrazioni. Già il governo Monti con il «Salva Italia» aveva provato a mettere un freno a questo fenomeno che, nei fatti, permette di incassare un doppio stipendio, quello dell’amministrazione di provenienza e una indennità in quella nella quale si opera. Monti aveva limitato questa indennità al massimo al 25 per cento della retribuzione complessiva. Renzi, invece, l’azzera de tutto, stabilendo che in caso di incarico direttivo in altra amministrazione si avrà diritto al solo rimborso delle spese sostenute.

Draconiane anche le misure introdotte sui compensi degli avvocati dello stato. Fino ad oggi quando vincevano una causa in nome dello Stato, oltre allo stipendio, avevano diritto ad incassare anche il 75 per cento delle spese di giudizio liquidate dal giudice. Dal momento in cui il decreto diventerà legge, invece, le somme saranno incamerate completamente dallo Stato. Agli avvocati, insomma, andrà solo lo stipendio come per tutti gli altri dipendenti pubblici. Intanto ieri il presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello, ha protestato per l’ipotesi di dimezzamento dei diritti delle Camere di Commercio annunciato da Renzi. «Apprezziamo la volontà di dialogare del Governo e aspettiamo di leggere i testi», ha detto,«ma una riduzione di tale entità, addirittura un dimezzamento, e soprattutto senza alcuna gradualità del diritto che le imprese pagano alle Camere di commercio non è sostenibile dal sistema e rappresenta un grave danno per le imprese italiane».

Andrea Bassi – Il Messaggero – 17 giugno 2014 

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