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Gli effetti previdenziali della pandemia. Pensioni a impatto soft, più incognite a lungo termine

Il Sole 24 Ore lunedì. In via del tutto provvisoria, visto che i dati consolidati arriveranno solo nei prossimi mesi, si può dire che sulle pensioni dei prossimi due o tre anni gli effetti della pandemia si annunciano trascurabili. Il discorso si ribalta, invece, per chi andrà in pensione in anni più lontani. Vediamo perché.

La pensione contributiva è il prodotto di un coefficiente di trasformazione, che cresce con l’età al pensionamento, per il montante contributivo. Questo secondo elemento è la somma dei contributi versati, al lordo degli interessi maturati in ragione del “tasso di capitalizzazione” che, ogni anno, è pari alla crescita media del Pil nominale nel quinquennio precedente.

Il tasso di capitalizzazione
e la caduta del Pil

Ebbene la media quinquennale 2015-2020, calcolata come media geometrica mobile, è attualmente pari a 0,99954, ovvero appena sotto la parità nonostante il calo del Pil dell’anno scorso (-7,8% in termini nominali e -8,9% in quelli reali). Il dato, è bene ripeterlo, è provvisorio e va preso come tale. Ma ci dice che molto probabilmente i montanti contributivi, al momento, non sarebbero colpiti da una delle conseguenze economiche della pandemia, ovvero il crollo del Pil. Questo effetto vale in particolare per i pensionandi del 2023-2024, poiché l’ultimo anno di contribuzione non viene capitalizzato nel montante finale ma semplicemente sommato a questo.

I coefficienti di trasformazione
e il calo delle aspettative di vita

Sul fronte dei coefficienti di trasformazione, invece, l’eredità – sempre a breve – della pandemia potrebbe essere addirittura positiva. Qui il fattore in gioco è quello delle aspettative di vita che, come documentato in queste pagine, hanno subito una brusca decelerazione lo scorso anno.

Una minore sopravvivenza senile registrata nel 2020 entrerebbe nei coefficienti validi per il biennio 2023-2024, che verranno definiti con un decreto direttoriale del ministero del Lavoro entro il giugno del prossimo anno.Si avrebbe dunque uno stop almeno temporaneo dopo diversi anni di trend discendente, per entrambi i sessi, dei coefficienti di trasformazione definiti in base alle tavole di sopravvivenza Istat. In sintesi: poiché l’allungamento costante della speranza di vita si prende una pausa imposta dal Covid-19, questa pausa determina un temporaneo aumento dei coefficienti di trasformazione.

Che cosa accadrà nei bienni a venire, quando verranno aggiornati i futuri coefficienti, è oggi difficile stabilire.In uno studio preliminare del giugno scorso l’Istat avea segnalato che per le popolazioni maggiormente colpite dal virus, soprattutto nel Nord-Ovest, si passerebbe da una speranza di vita alla nascita di quasi 84 anni a circa 82. Ma servono stime definitive e nazionali per capire a fondo questo effetto demografico, soprattutto sulla speranza di vita a 65 anni.

Le conseguenze a lungo termine per le pensioni

Che cosa succederà invece alle pensioni che matureranno più avanti nel tempo?

Qui l’amaro calice della pandemia si farà sentire soprattutto sul lato del montante contributivo: per recuperare il Pil nominale perduto nel 2020 servirà una forte crescita economica e un po’ di buona inflazione. Senza quei motori il montante non si rivaluta.

Ma c’è anche da tenere in conto la bassa contribuzione che ha colpito tutti quei lavoratori che, a causa della crisi, hanno perso impiego e reddito. A perderci di più saranno gli autonomi, nonostante i ristori ricevuti, ma anche i lavoratori dipendenti subiranno alcuni contraccolpi per via dei contributi figurativi legati alla cassa integrazione, o alla Naspi, che sono ovviamente più bassi dei contributi legati a uno stipendio regolare.

L’ultima volta che il Pil nominale medio quinquennale è andato in negativo è stato nel 2015. Il legislatore ha neutralizzato quell’effetto sul tasso di capitalizzazione con una norma (l’articolo 5 del DL n. 65/2015 convertito con modificazioni dalla legge 17 luglio 2015, n. 109) in cui si stabilisce che «in ogni caso il coefficiente di rivalutazione del montante contributivo come determinato adottando il tasso annuo di capitalizzazione non può essere inferiore a uno, salvo recupero da effettuare sulle ricapitalizzazioni successive».

In sede di prima (e per ora unica) applicazione si è poi deciso di non procedere al recupero, con la conseguenza che il costo di quella neutralizzazione è stato a carico dello Stato. Questo meccanismo andrà ora aggiornato nell’ambito degli interventi di riforma delle pensioni attese per quest’anno.

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