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Governo in stallo sulla nomina di Bankitalia. Berlusconi non sceglie

La politica sfoga i più bassi umori alla Camera, dove il ministro Romano scampa alla mozione di sfiducia per 315 voti a 296 in un clima ben poco educativo

L’«alta» politica, invece, si cimenta su Bankitalia con qualche chance di causare danni irreparabili. L’ultimo lusso che ci possiamo permettere è una bella lite sul successore di Draghi: esattamente quello che si sta verificando. Non solo c’è discordia sul nome, ma ogni giorno la matassa si ingarbuglia sempre di più. Grande il nervosismo del Quirinale, perché la tregua concessa dai mercati (tra i nostri Btp e i Bund germanici lo «spread» è sceso intorno ai 360 punti) potrebbe rompersi da un momento all’altro. I nostri risparmi viaggiano sulle montagne russe.

Consultazioni di Draghi

Il futuro presidente della Bce (entrerà in carica il 1° novembre) si è recato da Berlusconi: non alla residenza privata ma nella sede del governo, come è giusto. Poi è salito da Napolitano. Ha parlato ovviamente della sua successione alla Banca d’Italia, ed è a tutti noto che Draghi fa il tifo per la soluzione interna nella persona di Saccomanni. Però a Palazzo Chigi si è visto pure Tremonti, il quale sponsorizza invece Grilli, che del Tesoro è il direttore generale, dunque non sarebbe un governatore all’insegna della continuità e gradito all’establishment di Via Nazionale. Il braccio di ferro Tremonti-Draghi va avanti da mesi, ma ormai siamo al dunque perché la nomina deve scattare entro il 31 ottobre, possibilmente prima perché non ci si può ridurre proprio all’ultimo. Berlusconi è in stallo, non sa a chi dare ragione tra i due.

I poteri del premier

Si lamenta sempre, il Cavaliere, di averne troppo pochi. Ama descrivere se stesso come un profeta disarmato. Però in questo caso nessuno gli contesta il potere decisionale; anzi, tutti si aspettano che lo eserciti in fretta, tra l’altro la legge parla chiaro, è a lui che compete la designazione, mica a Tremonti. Con Draghi e con Napolitano si era sbilanciato per Saccomanni, a un certo punto sembrava fatta, specie quando Giulio pareva sopraffatto dalla vicenda Milanese. Sennonché il ministro sembra aver superato illeso il cerchio di fuoco, e ieri alla Camera l’hanno visto allegro come non mai, altro che piume basse. Bossi come al solito gli dà manforte, «io come governatore preferisco Grilli, non fosse altro perché è di Milano». Tutto il fronte anti-tremontiano viceversa istiga il premier a fare il rovescio di ciò che vorrebbe il Tesoro, insomma a scegliere Saccomanni. Il risultato è che Silvio tentenna. Gli tirano la giacca da tutte le parti. E dinanzi al suo sbandamento si compie il miracolo della nota congiunta Bersani-Casini, giunta dopo un colloquio tra i due con i quali pure si è consultato Draghi: «Nel mezzo di una tempesta finanziaria, invece di offrire certezze e stabilità, il governo continua a tenere pericolosamente in bilico il Paese».

La crescita può attendere

Nel senso che slitta il decreto con le relative misure: non verrà varato domani in consiglio dei ministri. Serve tempo per metterlo nero su bianco, almeno una settimana ancora. «Abbiamo messo su un gruppo di lavoro», annuncia Bossi dopo la cena dell’altra sera col premier. Ceffoni del Senatùr ai vescovi («dovrebbero dire più messe») e dito medio agli industriali («devono svegliarsi, mica possiamo prendere i soldi ai pensionati per darli a loro»). Il governo arriva al 2013? «Speriamo».

«Vado in tivù e…»

«…lì esplodo», minaccia il premier privatamente. Ce l’ha coi soliti magistrati «che mi danno la caccia». Il Cavaliere si accorge, per dirla con Cicchitto, che «il fronte giustizialista registra una battuta d’arresto», dopo che Milanese e Romano sono stati salvati (a sinistra i sei deputati radicali hanno rotto lo schema non partecipando al voto e sventolando il cartello «amnistia»). L’idea è andare da Vespa, ma alla fine sceglie di evitare Porta a Porta. Sconsigliato dai suoi stessi avvocati, da Letta e Bonaiuti, il premier sembra si sia convinto per non trovarsi in difficoltà dopo le pesanti dichiarazioni del presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco

Lastampa.it –

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