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I cinghiali di troppo sfameranno chi è in difficoltà. Uno storico accordo del Parco del Po con il Banco Alimentare

di Massimo Massenzio. In tempi di crisi la carne di cinghiale potrebbe essere considerata un lusso, «roba da ricchi», ma da domani finirà a costo zero sulle tavole dei bisognosi.

Grazie a una convenzione stipulata con il Banco Alimentare, i capi in esubero abbattuti nel Parco del Po saranno destinati alle mense allestite per i 125 mila indigenti piemontesi. Fino a poco tempo fa una parte degli animali catturati dai guardiaparco nell’ambito del programma di controllo regionale, a causa di protocolli molto rigidi, dovevano essere eliminati. Adesso, invece, diventano una risorsa «sociale» di prima qualità.

Piano di selezione

Se le associazioni animaliste temono che possano aumentare «prelievi» e le battute di caccia, l’assessore regionale alle Aree Protette, Gian Luca Vignale fuga ogni dubbio: «Nulla cambierà rispetto ai piani faunistici oggi in vigore. Sul nostro territorio abbiamo una presenza di cinghiali tre volte superiore alla norma e l’accordo con il Banco Alimentare si inserisce nell’ambito degli abbattimenti già programmati».

In mensa

Di certo si tratta di un’iniziativa che non ha precedenti e per il momento i primi 400 chili di carne a «chilometri zero» sono stati già distribuiti, a livello sperimentale, sulle mense torinesi. Il tasso di gradimento è stato altissimo e per il Banco Alimentare del Piemonte è iniziata una rivoluzione:

«Finora non avevamo mai trattato carne fresca – conferma il presidente Roberto Cena -. Adesso serviamo un prodotto di qualità, dall’alto valore proteico e nutrizionale». Nella sola provincia di Torino il numero dei bisognosi che si rivolgono al Banco ha superato quota 70 mila unità: «I nostri assistiti sono in continuo aumento, ma oggi abbiamo una risposta in più».

Cinghiale come risorsa

L’idea del «cinghiale per i poveri» è frutto dell’esperienza pratica: «Spesso gli animali abbattuti durante le campagne di selezione sono stati inviati all’incenerimento con aggravio di costi per il Parco», spiega il direttore Ippolito Ostellino. Che aggiunge: «Le procedure per la commercializzazione della selvaggina sono molto rigorose e i macelli autorizzati pochissimi». Grazie a un accordo con una grande azienda di San Francesco al Campo si è però riusciti a superare l’ostacolo. I gestori si fanno carico dei costi, trattenendo una percentuale di carne per coprire le spese, e nei magazzini del banco arrivano confezioni sottovuoto da 2 chili. «Grazie a questo progetto diamo risposte agli agricoltori che si lamentano per i danni subiti dagli ungulati e, non dobbiamo vergognarci a dirlo, riusciamo anche a contenere i costi delle campagne di selezione – conclude il presidente, Giuseppe Bava -. Ma soprattutto aiutiamo migliaia di famiglie sul territorio».

La Stampa – 3 aprile 2014 

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