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I dipendenti Izsve: «Fieri di lavorare qui». In 235 scrivono ai giornali: «Non c’è solo la Capua: venite a conoscerci»

1a1a1a_0a01aaaaaaaaaaaricerca-laboratorio2«Siamo dipendenti dell’Izsve, Istituto passato alla ribalta della cronaca per “la vicenda Capua”. La nostra voce, quella di chi lavora quotidianamente in questa struttura da anni, alcuni di noi anche con eccellenti riconoscimenti a livello internazionale, fino ad ora è stata silenziosa. Ora ci farebbe piacere raccontare come si lavora in questa struttura. L’Izsve non è un luogo da cui scappare, ma di cui essere fieri». Così inizia una lettera inviata oggi ai giornali da 235 dipendenti dello Zooprofilattico di Legnaro. «A tutti coloro che in questi giorni si sono appassionati alla “vicenda Capua”. Anche noi, colleghi di Ilaria, abbiamo qualcosa da dire, qualcosa da aggiungere in un momento in cui l’Istituto, il nostro posto di lavoro, è sotto accusa. Nella storia del trasferimento presso la Torre della Ricerca, ci sono degli aspetti che ci amareggiano profondamente».

«Non ci sembra accettabile che l’Istituto sia rappresentato come un luogo da cui si debba fuggire, per trovare la tanto menzionata “osmosi della ricerca”, quasi che il rimanere fra coloro che, come noi, da sempre operano e fanno ricerca nell’interfaccia uomo-animale, sia degradante e impedisca di raggiungere le vette della scienza.

L’Istituto Zooprofilattico è un luogo diverso da quello dipinto nelle ultime settimane; vi operano più di 500 persone, con un’età media ben al di sotto di quanto si ritrova nelle pubbliche istituzioni del nostro Paese. Le donne sono la maggioranza, anche nel livello dirigenziale e nelle posizioni apicali; chi se lo merita, quindi, fa carriera, anche se è giovane e anche se è donna: la Capua ne è una testimonianza, avendo raggiunto il “primariato” a quarant’anni e la direzione di un dipartimento poco dopo.

Abbiamo 7 centri di referenza nazionali e altrettanti internazionali, molti di noi vengono chiamati a fornire consulenza ad organismi internazionali come l’OMS, la Commissione Europea, la FAO, l’EFSA. Anche per questo siamo riconosciuti come struttura di eccellenza a livello regionale, nazionale e internazionale… o almeno lo eravamo fino a qualche settimana fa!

L’Istituto è un luogo in cui si riesce a coniugare lo svolgimento della routine all’attività di ricerca (si ricordi che i servizi ai cittadini, al territorio e alle sue realtà produttive, sono uno dei nostri obiettivi istituzionali!), sapendo costruire e sostenere gruppi di giovani ricercatori. Questi giovani, in borsa di studio o con altre forme contrattuali, vengono davvero formati, hanno a disposizione risorse economiche e stimoli culturali per poter condurre i loro progetti di studio, ed hanno la possibilità di recarsi all’estero e trascorrervi dei periodi di formazione… non fuggono, ma tornano portando a casa il loro bagaglio di nuove conoscenze ed esperienze. Molti di loro hanno avuto negli ultimi anni la possibilità di trovare in Istituto un lavoro stabile; altri maturano esperienze e qualificazioni per trovare lavoro altrove, anche all’estero. Se proprio vogliamo tirare in ballo la “fuga dei cervelli” sarebbe opportuno riferirsi a loro!

Lavorando in questo modo riusciamo ad attrarre finanziamenti di ricerca, una ricerca che indirizziamo principalmente alla salvaguardia del territorio e alle persone che trovano così nell’Istituto un presidio per la tutela della salute.

A volte lavoriamo in spazi ristretti a causa della crescita tumultuosa che l’Istituto ha avuto negli ultimi anni, e degli interventi edilizi che non riescono ad andare di pari passo, ma vediamo che i cantieri qui a Legnaro sono sempre aperti, e alcune opere concluse ci danno un chiaro segnale che, nonostante la burocrazia e le difficoltà tipiche del settore pubblico in Italia, si riescono a fare cose che siamo abituati a vedere solo in altri Paesi spesso citati dalla stampa come esempi positivi.

Ci piacerebbe che i giornalisti che in queste settimane hanno parlato di noi in modo un po’ approssimativo e forse poco informato ci venissero a trovare: saremmo felici di mostrare loro come e dove lavoriamo, quali sono le cose che funzionano e quali sono invece le nostre difficoltà.

Lavorare in un ente come il nostro significa far parte della stessa squadra e giocare per la stessa squadra vuol dire, proseguendo nella metafora, fare in modo che quella squadra non debba perdere partita o campionato per inseguire ambizioni dei singoli.

Seguono 235 firme

27 novembre 2012 – riproduzione riservata

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