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I leader Ue: vogliamo una nuova Europa. Ma è già scontro sulle iniziative concrete da attuare e sul prossimo presidente della Commissione

LE PROSSIME TAPPE Affidato un mandato al presidente del Consiglio europeo, Van Rompuy, per cercare un’intesa con l’Europarlamento. A 48 ore dal terremoto del voto di domenica, i Ventotto riuniti ieri qui a Bruxelles hanno tentato di calmare gli animi, assicurando gli elettori di aver colto la loro richiesta di una nuova Europa.

Il problema è che i paesi danno una definizione diversa dell’aggettivo. Nella riunione durata fino a tarda sera i leader hanno affidato al presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy il mandato di negoziare con il Parlamento una intesa sul futuro presidente della Commissione europea.

«Siamotutti d’accordo che l’Europa ha bisogno di una agenda orientata alla crescita –, ha detto Van Rompuy durante una conferenza stampa in cui ha elencato gli altri campi su cui i paesi dell’Unione vogliono concentrarsi –: la riforma della zona euro, preservando l’unità dell’Unione europea», l’immigrazione clandestina, la frode fiscale. «Voglio insistere anche su quanto sia importante la collaborazione tra le istituzioni», ha aggiunto Van Rompuy, riferendosi al rapporto con il Parlamento europeo.

Tra i leader nazionali, il più esplicito è stato il premier inglese David Cameron: «L’Unione Europea è troppo grande, troppo autoritaria e troppo intrusiva». Dal canto suo, confrontato al successo del Fronte Nazionale nel voto di domenica, il presidente francese François Hollande ha ribadito la volontà di «riorientare l’Europa». Proprio ieri, da Parigi il leader del Fronte Nazionale Marine Le Pen ha detto che indirrebbe un referendum sul futuro della Francia nell’Unione, nel caso prendesse il potere.

Il successo di molti partiti radicali ha certamente provocato grande preoccupazione nelle file dell’establishment europeo. Partiti euroscettici sono arrivati primi in Gran Bretagna, in Francia e in Danimarca. In Austria, in Olanda, in Finlandia e in Grecia sono al terzo posto. In Ungheria, il Jobbik è al secondo posto. Secondo il centro-studi inglese Open Europe, i partiti del malcontento, estremisti o euroscettici, hanno il 30% dei seggi nel nuovo Parlamento.

Cambiare l’Europa; ma come? Tutti i paesi sono d’accordo sull’obiettivo da perseguire, ma manca unità d’intenti sui modi per raggiungerlo. Si sta facendo strada una qualche forma di rimpatrio delle competenze. Cameron, se potesse, metterebbe mano ai Trattati e depennerebbe l’idea di puntare sulla «creazione di una unione sempre più stretta fra i popoli dell’Europa». Non c’è accordo sulla riapertura dei Trattati, e tanto meno sull’ipotesi di rivedere così drasticamente la filosofia comunitaria.

«In passato dopo i voti europei e in occasione dell’insediamento di una nuova Commissione si avevano due scelte: puntare su riforme istituzionali od optare su nuovi cantieri comunitari –, spiega un negoziatore europeo –. Oggi, vista la situazione, il dilemma è ancora più drammatico. Di riforme istituzionali pochi vogliono parlare. E sulle politiche comunitarie i contrasti sono evidenti». Tutti vogliono rilanciare la crescita economica, ma c’è chi vorrebbe usare la leva monetaria e chi crede alla deregolamentazione.

In questo contesto, ieri i leader hanno dato mandato a Van Rompuy per negoziare con il Parlamento un accordo sul prossimo presidente della Commissione. I capigruppo parlamentari hanno affidato a Jean-Claude Juncker, il capolista del Partito popolare europeo che ha vinto le elezioni, di trovare una maggioranza. Il tentativo è chiaro: assicurare la centralità del Parlamento nell’iter decisionale, ed evitare che il Consiglio, a cui spetta in ultima analisi la nomina, ignori il voto popolare.

Nelle dichiarazioni di ieri è emerso l’inatteso sostegno a Juncker da parte di alcuni primi ministri socialisti, come il premier belga (uscente) Elio Di Rupo e il cancelliere austriaco Werner Faymann. La partita rimane lunga e complessa. Molti governanti devono decidere, in questa circostanza, se sia politicamente più premiante rispettare il voto degli elettori in un atto di trasparenza o mostrare alle opinioni pubbliche la forza negoziale del loro paese. Il favorito della vigilia al lavoro per trovare una maggioranza L’ex premier lussemburghese, 59 anni, capolista del Partito popolare europeo, già presidente dell’Eurogruppo, è il principale candidato alla successione di Barroso. In considerazione della vittoria elettorale del Ppe (seppure meno netta del 2009), a lui i capigruppo parlamentari hanno affidato ieri il compito di tentare di formare una maggioranza. Il sogno di una nuova investitura dopo l’Europarlamento Il presidente uscente del Parlamento europeo, sostenuto dai Socialisti, è il primo candidato “di compromesso” spendibile nel caso in cui non andasse in porto la nomina di Juncker, in virtù dei 190 seggi conquistati dal suo gruppo a Strasburgo. Tedesco, 58 anni, è considerato un europeista convinto; al suo impegno si deve il maggior peso acquisito dell’Europarlamento. Ago della bilancia e possibile scelta di compromesso tra Ppe e Pse Anche il belga Guy Verhofstadt, 61 anni, è considerato un possibile candidato alternativo a Juncker. A suo favore giocano il ruolo di ago della bilancia tra i due maggiori raggruppamenti giocato dal suo gruppo, i Liberali, sia la sua fama di europeista di lungo corso, fautore dell’integrazione: una sorta di antidoto all’avanzata dei movimenti euroscettici. L’esperienza dell’Fmi per un’outsider che non piace a Hollande Il nome di Christine Lagarde come presidente della Commissione circola da quando è apparso chiaro che nessuno dei due maggiori gruppi parlamentari avrebbe ottenuto una netta maggioranza alle Europee. L’esperienza internazionale dell’attuale direttore dell’Fmi ne farebbe un buon candidato, che però non tutti – a cominciare dal presidente francese Hollande – vedono con favore. Sulla scia di Barroso un nome nuovo per mettere d’accordo i governi Classe 1966, l’attuale premier socialdemocratica danese è uno degli outsider di cui si fa il nome, anche come possibile presidente dell’Europarlamento. Helle Thorning-Schmidt, appartenente alla famiglia socialdemocratica ma non sgradita – sembra – anche al premier britannico Cameron, potrebbe essere scelta se prevarrà la vecchia logica delle nomine fatte dai governi giù applicata per Barroso.

Il Sole 24 Ore – 28 maggio 2014 

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