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I tanti fronti aperti con Bruxelles. Ma la partita è politica, non tecnica. Gli interventi della Commissione, i dubbi sulle richieste di Roma e la posizione di Calenda

di Francesca BassoSe la crisi greca era sembrata uno dei momenti più tragici della storia dell’Unione europea, con il rischio di un’uscita di Atene dall’euro, ora a Bruxelles c’è chi pensa che le nuove sfide politiche potrebbero essere non meno difficili da gestire e con esiti altrettanto complessi. La Commissione europea si trova a dover trattare con Londra per la permanenza della Gran Bretagna nella Ue.

Ma sullo stesso tavolo c’è anche l’emergenza immigrazione, che sta mettendo in discussione uno dei principi fondamentali della Ue: la libera circolazione di persone e cose per la decisione di alcuni Paesi di sospendere temporaneamente Schengen ai loro confini. E poi c’è il caso Italia, che quasi quotidianamente polemizza con Bruxelles, alzando i toni dello scontro anche quando dichiara di non volerlo fare.

E l’Italia non è un Paese qualsiasi dei Ventotto, è uno degli Stati fondatori e una della maggiori economie della Ue. Ultimo episodio ieri, con Renzi che va all’attacco: «Non cadiamo nelle provocazioni», dice, «per noi Europa significa valori e ideali, non polemiche da professionisti dello zero virgola». Solo due giorni prima il governatore di Bankitalia Ignazio Visco aveva chiesto la revisione della direttiva sulla risoluzione bancaria (Brrd), che ha introdotto la regola del bail-in (il salvataggio a carico di azionisti e depositanti sopra i 100 mila euro) entrato in vigore da appena un mese.

Difficile capire per Bruxelles l’atteggiamento di Roma e in più di una situazione il termine ricorrente è «stupore». Con Londra è più semplice: ha posto temi concreti e su quelli sta discutendo, come sullo stop alle coperture sociali per quattro anni ai lavoratori Ue residenti nel Regno Unito e i rapporti tra Stati euro e non euro. Ma con l’Italia è diverso. I fronti aperti sono numerosi e l’approccio scelto dal premier Matteo Renzi è quello di trasformare tutto in scontro politico. Anche quando il confronto, per non dire lo scontro, è su regole europee che l’Italia ha approvato e sottoscritto. Dossier che potrebbero essere risolti sul piano tecnico come fanno gli altri 27 Paesi della Ue. Il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker ha scritto al «caro Matteo» per confermare che i 3 miliardi per aiutare la Turchia a gestire l’emergenza dei rifugiati siriani non saranno contati nel deficit. E il portavoce della Commissione, il greco Margaritis Schinas, ha precisato che questa posizione «è nota dallo scorso dicembre», come spiegato in una «nota a piè di pagina» del testo degli accordi fatti circolare dopo l’intesa raggiunta a dicembre. Sempre ieri un’altra portavoce, Vanessa Mock, ha precisato che «non ci sono piani» per cambiare le regole sul salvataggio, voluto dagli Stati membri per salvaguardare i contribuenti e che è già prevista una verifica nel 2018. Un’altra portavoce, Annika Breidthardt, ha chiarito che sulla flessibilità legata agli sforzi sostenuti per i migranti la Commissione valuterà «caso per caso» e sarà comunicato in primavera «sulla base di spese aggiuntive fatte» rispetto all’anno precedente. Se anche a Bruxelles è chiaro che la strategia del premier è in parte legata a necessità politiche interne, tuttavia comincia a sorgere il dubbio che sia una tattica per coprire una situazione di difficoltà. Il ruolo di Calenda, al di là delle proteste del corpo diplomatico, sarà dunque decisivo nei prossimi mesi.

Il Corriere della Sera – 2 febbraio 2016 

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