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Il bilancio della crisi: 250 miliardi di debito e 83 di «tasse» in più. Sono gli effetti aggregati delle manovre sui conti di Stato ed enti territoriali

Poco più di 250 miliardi di debito pubblico in più, 83 miliardi aggiuntivi chiesti al sistema economico e alle famiglie, e una flessione che sfora i sei miliardi all’anno quando si guarda invece alle entrate in conto capitale, cioè in pratica al finanziamento degli investimenti. Sono le cifre che misurano gli effetti sul bilancio pubblico, e quindi più concretamente sul sistema Paese, della «cura dell’austerità» imposta dalle manovre di finanza pubblica negli anni 2008-2012, cioè quelli nei quali ha debuttato la crisi economica e poi si è trasformata in crisi del debito sovrano.

Una crisi affrontata soprattutto a colpi di tasse e tariffe, con le entrate correnti che hanno accumulato 83 miliardi in più in quattro anni rispetto a quelli che si sarebbero registrati rimanendo ai livelli del 2008. La dinamica si è alimentata anno per anno, e ha portato nel solo 2012, 42,3 miliardi di entrate correnti rispetto a quattro anni prima.

Questi numeri, che si fermano al 2012 ma trovano riscontro nelle dinamiche del 2013 che si potranno misurare a consuntivo fra qualche mese (oggi in consiglio dei ministri viene varato il rendiconto generale dello Stato, mentre per quelli degli enti territoriali occorrerà attendere di più), sono speculari a quelli che si riscontrano sul lato delle spese, dove si legge che negli stessi anni le uscite per gli investimenti hanno perso 100 miliardi tondi di euro, mentre quelle «correnti», che servono al normale funzionamento della macchina pubblica, sono continuate a crescere (si veda Il Sole 24 Ore del 10 febbraio scorso). Proprio questa tendenza ha contribuito a neutralizzare nei fatti l’effetto sui saldi prodotto dalle maggiori entrate, costringendo comunque la Pa a far ricorso a nuovo debito in misura sostenuta.

Quando si guarda alle entrate, poi, occorre fare un passo aggiuntivo. I flussi di cassa effettivi delle entrate tributarie e (soprattutto) extratributarie viaggiano infatti molto più in basso rispetto ai livelli raggiunti dagli accertamenti, cioè dalle somme iscritte a bilancio “a prescindere” dal loro effettivo incasso. Guardando ai conti complessivi di tutti i livelli di Governo, le entrate correnti 2012, rispetto a quelle del 2008, sono superiori di 40 miliardi sulla carta, ma di “soli” 22 miliardi nella cassa.

Questa forbice, che in particolare negli enti locali ha accumulato nei bilanci una mole di «residui attivi», cioè di entrate non riscosse, in crescita fino ai 33,1 miliardi registrati nel 2012 (si veda l’articolo in basso), può spiegare due fenomeni.

Il primo è rappresentato dal persistere nei ritardi dei pagamenti nella spesa corrente, che rimane generalizzata e che, come ha notato la Corte dei conti (si veda Il Sole 24 Ore del 26 giugno) ha spinto gli enti locali a utilizzare proprio su questo versante gran parte delle anticipazioni di liquildità permesse dai decreti sblocca-debiti nati in realtà per le spese in conto capitale frenate dal Patto di stabilità.

Ma la distranza fra accertamenti e incassi chiarisce anche le storiche discrasie che nei conti pubblici si registrano tra fabbisogno e indebitamento netto: la maggiore dimensione spesso riscontrata del primo rispetto al secondo fa sì che una quota di ricorso al debito, che non troverebbe giustificazione nei soli dati relativi all’indebitamento netto, derivi in realtà dall’esigenza di ottenere provviste di cassa.

Con questi dati si spiega ancora meglio il carattere strategico di una spending review che sappia riequilibrare il funzionamento della macchina pubblica, perché il suo compito è quello di tagliare la spirale fra aumento delle entrate correnti e debito che si è creata per abbattere il deficit e finanziare maggiori spese correnti.

Il Sole 24 Ore – 30 giugno 2014 

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