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    Home»Notizie ed Approfondimenti»Il boom dei celiaci per moda. “I benefici? Un falso mito”. Sei milioni di italiani consumano cibo per intolleranti. Senza esserlo
    Notizie ed Approfondimenti

    Il boom dei celiaci per moda. “I benefici? Un falso mito”. Sei milioni di italiani consumano cibo per intolleranti. Senza esserlo

    Cristina FortunatiInserito da Cristina Fortunati10 Maggio 2017Nessun commento3 Minuti di lettura
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    Lidia Catalano. Non giova alla salute e neppure al portafoglio, eppure il “no glutine” attira proseliti a ritmi impressionanti, tanto da far conquistare all’Italia la fascia di reginetta del “gluten free” per moda. Se i casi di celiachia diagnosticati sono 190.000, i “malati immaginari”, quelli cioè che fanno autodiagnosi o semplicemente considerano gli alimenti senza glutine un volano per avere la pancia piatta e il cuore sano, superano i 6 milioni.

    Una tendenza importata dagli Stati Uniti, dove – scrive il New York Times – un cittadino su tre acquista cibi per celiaci senza una diagnosi dell’intolleranza e proliferano i marchi che, fiutando il business, si sono lanciati nella produzione di alimenti che bandiscono la famigerata proteina presente nel grano e in quasi tutti i cereali. Non stupisce che il libro di ricette di Gwyneth Paltrow, l’attrice da Oscar con la passione dei fornelli, sia diventato un bestseller: promette benessere, energia e perfetta forma fisica in cambio della rinuncia al glutine.

    Una prospettiva allettante, se non fosse che a rovinare la favola ci si mette la scienza. L’Istituto Zooprofilattico di Torino ha condotto il primo studio su un campione di alimenti senza glutine per valutarne composizione e valori nutrizionali. «A parità di prodotto – spiega la direttrice Maria Caramelli – quelli senza glutine hanno una concentrazione maggiore di zuccheri, additivi e olii (compreso il famoso olio di palma). Non sono componenti in sé pericolosi, ma bisogna stare molto attenti all’l’effetto accumulo».

    A mettere un punto fermo sulla questione è anche Giuseppe Di Fabio, presidente dell’Aic, l’Associazione italiana celiachia. «Nessuna ricerca – sottolinea – ha finora dimostrato qualsivoglia effetto benefico per i non celiaci nell’alimentarsi senza glutine, anzi. Gli studi scientifici stanno ampiamente dimostrando che in chi non è celiaco l’esclusione del glutine è inutile».

    Nella migliore delle ipotesi, dunque, nessun effetto positivo sulla salute. Per quanto riguarda il portafoglio, invece, gli effetti negativi sono ampiamente dimostrati con la prova sul campo. Abbiamo acquistato cinque prodotti ad ampio consumo – pasta, biscotti, pizza margherita surgelata, tre birre da 33 cl e una confezione di pancetta – per verificare le differenze di prezzo tra i generi alimentari con glutine e quelli senza. Il conto alla cassa non lascia adito a dubbi: il primo scontrino segna 9,86 euro, il secondo 15,31, con una maggiorazione del 55,2%.

    Secondo i dati diffusi in occasione della Settimana nazionale della celiachia, ( dal 13 al 21 maggio), in Italia si sprecano ogni anno 105 milioni di euro per l’acquisto di cibi senza glutine non necessari. Ma quali sono le ragioni di un divario di prezzo così elevato? «Le aziende giustificano gli incrementi con le particolari tecnologie utilizzate per produrre gli alimenti senza glutine, ma è più plausibile che sia la richiesta a dettare il prezzo». Insomma, “business is business”, e quando una nuova tendenza chiama, il mercato risponde. «E pensare che fino a qualche anno fa – riflette Caramelli – la pastina glutinata e i biscotti ricchi di glutine erano alimenti pregiati e richiesti per via del notevole apporto proteico. Adesso sono considerati demoni». È la legge delle mode, che a volte, come in questo caso, rischiano di provocare un doppio danno: alla salute e alle finanze.

    La Stampa – 10 maggio 2017

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    Cristina Fortunati
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