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Il caso. Stop alla pesca in Adriatico esteso da ieri fino a Bari. “Attenti a cosa vi servono a tavola”

Da ieri il divieto da Trieste a Bari. Gli esperti: essenziale per ripopolare il mare. La Coldiretti: sale il rischio di ritrovarsi nel piatto prodotti stranieri o congelati

ROMA — Barche in porto e avannotti tranquilli per oltre un mese. Da ieri l’Adriatico è chiuso alla pesca. Il fermo biologico che ogni anno permette ai giovani pesci di crescere era scattato il 22 luglio per l’Alto Adriatico (fra Trieste e Rimini) e ieri è stato esteso fino a Bari. I pescherecci torneranno in mare il primo settembre nella parte settentrionale e il 15 settembre nel resto dell’Adriatico. Ionio e Tirreno faranno ripopolare i propri banchi dal 30 settembre al 29 ottobre. A quanto stabilito dal Ministero per le Politiche Agricole derogano Siciliae Sardegna: in quanto regioni autonome decideranno da sole il proprio calendario. Le barche di Pescara, che da un anno soffrono per l’insabbiamento del porto, osserveranno lo stop iniziato ieri fino al 3 settembre.

Il fermo riguarda la pesca a strascico e quella a volante (con un’unica rete trainata da due imbarcazioni) e coinvolge quasi tutte le specie del mare italiano. La Coldiretti ha messo in guardia consumatori e clienti dei ristoranti: in tavola per tutta l’estate troveremo il prodotto congelato, allevato, pescato nelle acque dell’ex Jugoslavia o catturato con le reti da posta (calate la se-ra e tirate su la mattina), che restano ammesse anche durante lo stop.

«Il fermo resta essenziale. Abolirlo creerebbe un danno enorme». Così risponde ai pescatori che si lamentano (ma che verranno indennizzati) Giovanni Bombace, ex direttore dell’Istituto di ricerca sulla pesca marittima del Cnr ad Ancona. Nonostante i provvedimenti, però, le reti hanno smesso da anni di riempirsi. «Le risorse hanno iniziato a calare nel 1985» spiega Bombace. «Da allora abbiamo ridotto lo sforzo di pesca del 20%, anche perché ce l’ha imposto la Comunità Europea. Eppure non siamo tornati agli stock del passato.Le sardine riempivano l’Adriatico e ora non si vedono quasi più. Nemmeno le acciughe fanno registrare le stagioni di abbondanza di un tempo». La colpa è anche della tropicalizzazione del Mediterraneo: «La temperatura è aumentata di un grado negli ultimi anni e da Suez e Gibilterra stanno entrando nuove specie abituate a climi più caldi». In Italia, secondo la Lega Pesca, si consumano 1,2 milioni di tonnellate di pesce all’anno, con una spesa di 5 miliardi (8% della spesa alimentare). Il calo dall’inizio del 2013 è stato del 4,6% in termini di quantità e del 16,6% in termini di valore.

Repubblica – 6 agosto 2013 

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