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Il commento. Terapie intensive al limite: ampliarle costa fino a 12 miliardi

Il Sole 24 Ore. Ormai è chiaro: l’impatto del coronavirus sull’economia italiana e globale sarà ben maggiore di quanto previsto fino a pochi giorni fa da Fmi, Ocse, e Banca d’Italia. Che fare? La prima domanda da porsi è fino a che punto il Sistema sanitario nazionale sia pronto a fronteggiare la pandemia. Il Ssn dispone di circa 216mila posti letto, in parte convenzionati, di cui: 191mila per degenza ordinaria (5.100 per terapia intensiva, con 667 ventilatori polmonari); 13.050 per i day hospital; 8.500 per day surgery. Oltre il 95% di questi sono occupati.

Stante l’elevata trasmissibilità, il Covid-19 potrebbe contagiare il 10%-40% della popolazione mondiale. Nello scenario peggiore, in Italia vi sarebbero 24 milioni di casi, e un fabbisogno di 2.880.000 ricoveri totali, di cui 1.200.000 in terapia intensiva. Il carico sul Ssn dipende da quanto concentrata nel tempo sarà l’epidemia: è possibile un picco di domanda prolungato superiore a 240mila ricoveri, di cui 100mila per terapia intensiva; con il trend attuale, questa situazione verrebbe raggiunta all’inizio di aprile. Nello scenario migliore avremmo invece: 6 milioni di casi; e un picco di 60mila ricoveri, di cui 25mila in terapia intensiva.

È del tutto evidente che il Ssn non ha la possibilità di far fronte alla crisi epidemiologica: occorre potenziarlo. Con quali costi? La terapia intensiva richiede due infermieri dedicati, letti, medicinali, e un ventilatore polmonare per metà del ricovero. Un infermiere costa 30mila euro l’anno, un ventilatore polmonare 4.000-17.000 euro: solo queste due voci richiederebbero una spesa tra 3 e 8 miliardi. Con altre voci, servono dai 4,5 ai 12 miliardi una tantum, finanziabili ad esempio con un’aliquota Irpef al 55% triennale sui redditi sopra i 65mila euro. Vale la pena? Se i casi gravi vengono curati in terapia intensiva, la letalità del Covid-19 è circa 0,9%: i decessi in Italia sarebbero tra i 54mila e i 216mila negli scenari considerati. In caso contrario i decessi potrebbero quadruplicare (a maggior ragione se i medici si ammalano).

L’andamento degli ultimi giorni impone inoltre un graduale cambio della strategia di contenimento: dall’isolamento degli infetti, alla protezione dei sani. Il metodo migliore è chiudersi tutti in casa aspettando che passi (modello Wuhan). Il decreto dell’8 marzo lascia invece ancora spazio ai contagi (trasporti pubblici urbani nel centro-sud, bar). I modelli epidemiologici segnalano che bloccare “i canali di contagio, salvo qualcuno” dà benefici scarsi a fronte di costi elevati; i benefici si impennano chiudendo il cerchio. Le mezze misure non sono ottimali: suggerisco di adottare l’impopolare modello Wuhan, per qualche settimana. Ma poi il conflitto con le esigenze produttive diverrà insanabile: dovremo riprendere a lavorare. Per farlo, occorre subito investire in: protezioni individuali (in primis per il personale sanitario) e collettive; campagne informative martellanti (per modificare i comportamenti); nuove forme di lavoro flessibile.

Esistono pochi studi sugli effetti economici di una pandemia globale. Secondo un modello della Banca mondiale del 2006 basato sulla pandemia “spagnola” del 1918, se il contagio raggiungesse il 30% della popolazione il Pil globale scenderebbe del 3%. Ma la Sars causò in Cina un crollo del 20% del reddito disponibile. Durò solo un trimestre: il mondo trainò la Cina fuori dalla recessione. Stavolta, in assenza di risposte forti, il Pil potrebbe scendere del 3-12 per cento. Un calo del 7% in Italia porterebbe la disoccupazione al 15%, il debito al 151% del Pil, in povertà nove milioni di persone. Non ce lo possiamo permettere.

Perciò, oltre a preservare la capacità produttiva – rifinanziando il Fondo europeo per gli investimenti che garantisce gli impieghi bancari alle Pmi; con nuovi Ltro (Bini Smaghi) e via dicendo – dev’essere a tutti i costi preservata la domanda aggregata. Al calo dei consumi privati bisogna opporre un aumento dei consumi pubblici, e una tenuta delle fasce povere: è l’unico modo per limitare la recessione. L’idea delle mance alle imprese danneggiate dalla crisi è pessima, non fosse altro perché i denari non verrebbero reinvestiti e non alimenterebbero il circuito economico. Il modo giusto per aiutare le imprese è fare in modo che qualcuno compri i loro prodotti. Per riuscirci, dopo un “mese-Wuhan”, bisognerebbe annunciare oggi e innescare a fine quarantena una ripresa a V, investendo 50 miliardi aggiuntivi, di cui 4-12 subito nel Ssn, annunciando per un anno il deficit al 5,3% del Pil, non solo in Italia (dove il debito pubblico salirebbe “solo” al 143%), ma in tutta Europa, dove c’è più spazio fiscale. Non perché il debito non sia un problema, ma perché impedire una grave recessione costa meno.

Il governo deve presentare in Europa proposte molto innovative: le banche centrali devono aiutare, superando il tabù della rigida distinzione fra politica fiscale e monetaria; non possiamo consentire ai debiti pubblici di salire ancora. La Bce dovrebbe finanziare la manovra con decisione autonoma, magari in seguito a un’immediata modifica dell’art. 123 del Trattato sull’Unione europea sul «non finanziamento degli Stati»; e tenere bassi gli spread come avrebbe fatto la Banca d’Italia prima dell’avvento dell’euro; i livelli attuali sono inaccettabili. È ora di ancorare saldamente le aspettative nei mercati finanziari, ma anche nei mercati reali.

Pier Giorgio Gawronski

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