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    Home»Notizie ed Approfondimenti»Notizie»Il cuneo fiscale si mangia mezzo stipendio. In Italia più pesante dei Paesi Ocse del 12%. I dati del rapporto Eurispes
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    Il cuneo fiscale si mangia mezzo stipendio. In Italia più pesante dei Paesi Ocse del 12%. I dati del rapporto Eurispes

    pecore-elettricheInserito da pecore-elettriche1 Settembre 2014Nessun commento3 Minuti di lettura
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    governo-renzi-aumento-stipendio-con-taglio-tasse-e-cuneo-fiscaleIl dato del Belpaese si attesta poco sotto il 50%, mentre negli altri Paesi avanzati si arriva al 35%. Secondo l’Eurispes l’incremento avvenuto in Italia tra il 2000 e il 2012 “è in controtendenza rispetto alla media delle altre economie”. Quasi la metà dello stipendio dei lavoratori italiani viene divorato dal cuneo fiscale (47,6%); un dato che nel tempo continua a peggiorare e in cinque anni è aumentato dell’1,1%. Nei paesi Ocse, invece, il peso dei tributi e contributi sulla busta paga si ferma a poco più di un terzo (35,6%). La differenza è di 12 punti percentuali. E’ quanto emerge dalle tabelle sulla situazione nei paesi Ocse nel 2012, relativa a un single senza figli. Il lavoratore, si legge nel rapporto annuale dell’Eurispes, “è ormai avezzo all’enorme discrepanza esistente tra il salario lordo percepito e il corrispettivo netto di cui può effettivamente disporre”.

    L’Italia occupa il sesto posto nell’elenco dei paesi ordinati sulla base del maggior peso del cuneo fiscale, che è occupato al primo posto dal Belgio (56%). I paesi che hanno raggiunto i miglioric traguardi negli ultimi anni sono innanzitutto la Svizzera e i Paesi Bassi, che sono riusciti a ridurre il peso di tasse e contributi rispettivamente dell’8% e del 6,4%.

    Nel triennio 2007 al 2010 il livello del cuneo fiscale all’interno dei paesi dell’Ocse era diminuito dell’1,1% ma ha subito una “battuta d’arresto” negli ultimi anni, osserva l’Eurispes. Infatti se nel 2007 si attestava al 36,1% e nel 2010 scendeva al 35%, l’anno successivo tornava a crescere dello 0,5% e nel 2012 confermava il dato (con un lieve incremento dello 0,1). Secondo l’Eurispes l’incremento avvenuto in Italia tra il 2000 e il 2012 “è in controtendenza rispetto alla media delle altre economie”, che invece hanno fatto registrare un calo dell’1,1%.

    La situazione dei lavoratori italiani con famiglia a carico (moglie e due figli) migliora leggermente, rispetto ai single, con un peso del fisco sulla busta paga che si ferma al 38,3%. Rispetto al 2000 c’è stata una riduzione di un punto percentuale, (mentre nell’area Ocse il taglio delle tasse sulle famiglie è stato dell’1,6%). Per i lavoratori senza nucleo familiare l’aumento è stato di 0,5 punti percentuali. Nel mettere a confronto i vari paesi, avverte l’Eurispes, bisogna comunque tenere presente che “l’incidenza delle imposte sul reddito non è uniforme”. Infatti prendendo in considerazione la parte del costo del lavoro che confluisce all’interno dei contributi previdenziali, emerge che il suo valore è pari a zero in paesi come Australia e Nuova Zelanda, mentre arriva al 30,6% in Francia.

    Per fornire un quadro più esaustivo, quindi, l’Eurispes mette in evidenza le differenze internazionali dei sistemi di prestazione previdenziale. Per fronteggiare il problema delle pensioni, connesso all’invecchiamento demografico e al patto tra generazioni, alcuni paesi hanno introdotto il sistema contributivo e tutti hanno stabilito un innalzamento dell’età pensionabile, che entro il 2050 dovrà essere di 67 anni. “Sono lontani -ricorda l’Eurispes- i tempi in cui il sistema pensionistico italiano era il più esoso della zona Ocse”. L’Italia ha da poco introdotto “il migliore sistema pensionistico per un futuro più equo, destreggiandosi tra il vecchio sistema retributivo e uno maggiormente in linea con il periodo storico”, osserva l’istituto di ricerca. Alla previdenza pubblica base si sono aggiunte la previdenza complementare collettiva e quella individuale, entrambe facoltative. “La riduzione della spesa pensionistica futura -osserva l’Eurispes- necessita fin da oggi di essere ribilanciata facendo leva sulla volontà del cittadino di assicurarsi una volta in pensione, un tenore di vita più vicino possibile a quello sostenuto in età produttiva”.

    Repubblica – 1 settembre 2014 

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