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Il dibattito. Caso aflatossine nel latte: «No allarmismi inutili dopo la vicenda Cospalat»

In Europa i limiti da rispettare sono più severi che nel resto del mondo. “A distanza di 10 anni dalla prima insorgenza grave di una contaminazione del latte da aflatossina M1 (ottobre 2003), ci sono ancora giornalisti che non danno informazioni corrette. L’aflatossina non è una muffa o un fungo – come praticamente tutta la stampa ha scritto – ma è una sostanza prodotta dal fungo Aspergillus Flavus che attacca il mais”

“Le vacche da latte alimentate con mangimi o “pastoni di mais” non controllati, contenenti fungo e tossina, metabolizzano l’aflatossina B1 in aflatossina M1. Entrambe le tossine sono classificate dallo IARC (International Agency for Research on Cancer), la massima autorità scientifica internazionale in materia, come “sicuramente cancerogene” (provocano cancro al fegato). La forma M1 che si trova nel latte, è meno potente della forma B.

Chiarito, anzitutto ai consumatori, che nel latte della vicenda Cospalat non erano presenti muffe, andiamo a vedere cosa pare facesse il consorzio sotto inchiesta. Se, come sembra, quando si trovava del latte oltre i limiti di legge (pari a 50 nanogrammi di alfatossina per chilo di latte) lo si diluiva con latte “pulito”, di certo si commetteva un reato. Va però precisato che questo latte, dal punto di vista tossicologico, non era diverso da altri meno contaminati. La pratica è giustamente proibita perché non esiste una concentrazione di un cancerogeno che sia innocua e quindi, giustamente, quando si è certi di avere un alimento contaminato questo va distrutto, non diluito. Anche l’altro latte che abbiamo bevuto da ottobre 2012 ad oggi, a causa della difficoltà a trovare mais non contaminato, aveva certamente livelli di aflatossina M1 rilevabili. L’unica differenza è che queste partite avevano già all’origine un contenuto  inferiore ai  50 microgrammi per chilo, quando venivano spedite alla centrale del latte o al caseificio. In sintesi: un background di questi cancerogeni è comunque presente anche nel latte delle migliori aziende, ma si tratta, diciamo così, di un “rumore di fondo” di pericolosità trascurabile. Del resto, lo stesso discorso vale per altri alimenti contaminati da aflatossine come: spezie, caffè, frutta secca, per i quali pochi anni fa l’Unione Europea ha persino alzato il limite di legge delle aflatossine.

La frode c’è stata si può ritenere che nessuno abbia bevuto latte veramente pericoloso, né gli adulti né i bambini, idem per i formaggi

Insomma: questi signori hanno fatto un’operazione illecita ma, se operavano con un minimo di perizia tecnica, si può ritenere che nessuno abbia bevuto latte veramente pericoloso, né gli adulti né i bambini. Idem per i formaggi. Insomma il reato forse c’è, ma sarebbe bene non allarmare i consumatori in modo ingiustificato. I giornalisti dovrebbero capire che queste tossine si trovano in molti altri alimenti che però non sono controllati in modo scrupoloso e attento come avviene per il latte.

Inoltre i limiti per le aflatossine del latte stabiliti dall’Unione Europea sono dieci volte inferiore rispetto a quelli del Codex Alimentarius, adottati da quasi tutto il resto del mondo. Va altresì detto che per il vino, il caffè e la frutta secca i limiti non sono così severi. Il problema delle contaminazioni alimentari negli alimenti è comunque vasto e oltre alle aflatossine nel latte, occorre considerare i residui nella carne, nelle uova e in altri prodotti”.

contributo di: Maurizio Paleologo, biologo esperto in diagnostica alimentare, di Tecna srl dell’AREA Science Park di Trieste

Il Fatto alimentare – 3 luglio 2013

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