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Il dossier. Un fardello da 2.250 miliardi: così il debito soffoca l’Italia. Ha iniziato a crescere alla fine degli anni Settanta ed è esploso negli Ottanta. E non si ferma nonostante gli avanzi primari

Marco Patucchi. Debito. Matteo Renzi, lunedì sul ponte della “Garibaldi”, si è guardato bene dal pronunciare quella parola. Eppure era lì che aleggiava sul mare di Ventotene e, presto, tornerà a posarsi, pesante, sui tavoli della trattativa tra Roma e la Ue sulla flessibilità. «L’Italia è al deficit più basso degli ultimi dieci anni – ha detto il premier dopo il summit con Angela Merkel e François Hollande e continuerà così perché è giusto che i nostri figli possano avere un deficit basso. Continueremo in questa opera: riduzione delle tasse e del disavanzo, e riforme strutturali».

Riduzione del deficit, appunto. E il debito? Come si cercherà di intaccare quel fardello di 2.248,8 miliardi di euro (a giugno l’ennesimo record) che grava, per rimanere alla preoccupazione familiare di Renzi, sulle spalle di padri e figli italiani?

Lo sconto sul deficit, qualora conquistato, potrà garantire più soldi da spendere al governo, ma è tutto da dimostrare se risolverà i nodi di fondo della nostra economia dal momento che sono proprio gli ampi disavanzi pubblici ad alimentare il debito.

Questione esiziale perché, al di là delle aperture politiche della cancelliera Merkel all’Italia, quando il nostro governo si siederà ai tavoli della Ue per la trattativa vera e propria, dovrà spiegare a Bruxelles e ai partner europei come mai a distanza di appena tre mesi dal precedente accordo sulla flessibilità, chiede una nuova deroga sugli obiettivi di bilancio senza aver nel contempo rispettato il vincolo fondamentale della discesa del debito pubblico.

Un macigno che ormai è tratto distintivo del nostro Paese: in termini di rapporto debito-Pil a fine 2014 eravamo, secondo i dati Fmi, al terzo posto assoluto al mondo dopo Giappone e Grecia. Una corsa iniziata negli anni Settanta con la crescita esponenziale della spesa per il welfare, proseguita con le conseguenze del divorzio Tesoro-Bankitalia del 1981, e arrivata alla recessione dei giorni nostri attraversando la crisi economica del 1992 e l’avvento dell’euro. Un debito che sembra non fermarsi più per motivi ovvi, ma che vale la pena ricordare. La recessione, innanzitutto, che ha abbattuto Pil e entrate fiscali, aumentando di riflesso il deficit e il debito. La deflazione, con la conseguente rivalutazione della moneta che fa valere il debito in termini reali molto di più. Le conseguenze dell’austerity, tagli delle tasse in primis, quando finisce per deprimere i consumi e la crescita, dunque ancora una volta il denominatore del Pil.

I regolamenti europei ci espongono al rischio di una procedura d’infrazione ed è prevedibile che il fronte dei “falchi” europei al momento opportuno tirerà fuori dal cassetto la lettera con la quale il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha ottenuto a maggio la prima tranche di flessibilità garantendo nero su bianco alla Commissione europea il rispetto del vincolo sul taglio del debito. Promessa tradita, vista la mancata inversione del trend debito/ Pil salito fino all’attuale 132,7% (nella storia italiana solo dopo la Grande Guerra era stata superata quota 130%).

«La strada principale per ridurre l’incidenza del debito pubblico dell’Italia è crescere di più», ha ripetuto spesso in questi mesi Padoan che si prepara a giocare di nuovo questa scommessa a Bruxelles chiedendo, appunto, maggiore flessibilità sul deficit per consentire misure espansive a sostegno della crescita. Una sfida proibitiva considerando che l’ultima fotografia del Pil scattata dall’Istat e riferita al secondo trimestre 2016, ritrae un Paese a crescita zero. E che fino ad ora non si è giovato neanche del crollo della spesa per interessi (il costo medio annuo dell’indebitamento è al minimo storico dello 0,7%): le risorse pubbliche liberate da questo minor esborso sono state investite per spingere consumi e investimenti, sperando di innescare così una crescita del Pil. La stagnazione dimostra che a tutt’oggi la partita non è stata vinta ed ora toccherà a Padoan convincere la Ue di affidarci un’altra chance, magari sfoderando l’atout del saldo primario (il deficit al netto della spesa per interessi) che sembrerebbero dimostrare come la politica del rigore non paghi: da vent’anni l’Italia viaggia mediamente in surplus primario e ciò nonostante il debito continui a crescere. Insomma, il dilemma di sempre: abbattere il nominatore (deficit, debito…) o puntare sulla crescita del denominatore (il Pil).

Carlo Cottarelli, già Mister spending review dei governi Letta e Renzi e ora tornato all’Fmi, propende per la prima opzione: «Periodi di tassi d’interesse bassi – scrive nel suo libro dedicato al debito (“Il macigno”) – sono stati sprecati e si è allentato l’aggiustamento fiscale, arrivando così alla crisi del 2008-2009 con un debito ancora nell’ordine del 100% del Pil. Questo errore non deve essere ripetuto. È proprio quando i tassi sono bassi che si può procedere più facilmente alla riduzione del debito». Il governo italiano invece vuole proseguire sull’altra strada. Per dimostrare che è quella giusta, Padoan dovrà dosare sapientemente gli ingredienti della manovra e pescare le carte vincenti al tavolo della trattativa con Bruxelles.

Repubblica – 25 agosto 2016 

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