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Il giallo della spending review. Fermo il decreto sulle nomine. L’incarico a Gutgeld e Perotti. Padoan: con i tagli di spesa meno tasse

Da oltre 5 mesi, cioè dall’ottobre scorso, quando Carlo Cottarelli è tornato al Fondo monetario internazionale, la poltrona di commissario straordinario per la spending review è vuota. E a chi pensa che di revisione della spesa pubblica qualcuno, forse, abbia un po’ di nostalgia, ieri il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, è arrivato a dire: «La spending review è viva e vegeta: è necessaria per introdurre tagli alle tasse sostenibili e permanenti.

Questo continuerà anche nella prossima legge di Stabilità». «Ringrazio Cottarelli per il suo lavoro che ci ha dato un grande input — aggiunge Padoan —. Il governo è impegnato a fare tagli che porteranno a efficienza e risparmi nella spesa pubblica. La spending review ha una parte centrale nell’attività dell’esecutivo».

Lascia comunque da pensare il fatto che nei giorni scorsi da Palazzo Chigi sia filtrata la voce di un imminente incarico a un tandem di esperti, Yoram Gutgeld (54 anni, deputato pd) e Roberto Perotti (53, docente all’Università Bocconi), anche in virtù del fatto che entrambi sono già consulenti di Renzi per l’economia. Qualche ben informato era pronto addirittura a giurare su un imminente decreto del presidente del Consiglio che ufficializzasse le nomine. In realtà, però, l’altro ieri a sorpresa l’argomento non è stato neppure sfiorato nella riunione dell’esecutivo che ha promosso la riforma della scuola.

Che fine ha fatto allora la spending review ? A parole in molte occasioni sia il premier Matteo Renzi che lo stesso ministro dell’Economia hanno ribadito la volontà di proseguire nel difficile percorso di risanamento dei conti pubblici. «La spending review servirà a disinnescare le clausole di salvaguardia che molti considerano il segnale che la pressione fiscale aumenterà — precisa Padoan il 1° marzo scorso nell’intervista sul Corriere della Sera —. Invece le misure sulla spesa ci saranno e la pressione non aumenterà». Come si ricorderà, le clausole di salvaguardia, che di fatto nell’ultima legge di Stabilità offrivano garanzie solidissime all’Unione Europea (già preoccupata per il rinvio del pareggio di bilancio dell’Italia al 2017), senza adeguate misure di risparmio prevedevano un poderoso aumento dell’Iva e delle accise (per un totale di 12,4 miliardi per il prossimo anno, 17,8 nel 2017 e 21,4 nel 2018).

Intanto il debito pubblico a gennaio è aumentato di 31 miliardi, annuncia Bankitalia, salendo a 2.165,9 miliardi, molto vicino al massimo storico di 2.167,7 miliardi registrato a luglio del 2014. L’incremento è dovuto all’aumento di 36,3 miliardi delle disponibilità liquide del Tesoro, pari a fine gennaio a 82,6 miliardi (contro 46,3 a dicembre del 2014), solo in parte compensato dall’avanzo di cassa delle amministrazioni pubbliche (4,6 miliardi).

Se la spending review dovesse disinnescare le clausole di salvaguardia, nella prossima legge di Stabilità l’esecutivo sarebbe chiamato a sostituire la tremenda mazzata fiscale che si potrebbe abbattere sugli italiani con tagli di spesa altrettanto consistenti tra ministeri e enti locali. Ma chi scriverà la prossima legge di Stabilità? Il ministero dell’Economia o Palazzo Chigi? Il ministro Padoan oppure il tandem Gutgeld-Perotti? Cottarelli (nominato dal governo Letta nell’ottobre 2013) non aveva mai avuto un rapporto idilliaco con Renzi. Gutgeld e Perotti, sotto questo punto di vista, dovrebbero essere avvantaggiati perché con il premier già collaborano spesso.

Francesco Di Frischia – Il Corriere della Sera – 14 marzo 2015 

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