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Il taglia-enti 2010 si è impantanato tra uffici e ministeri

Corte dei conti. Buchi normativi e scarsa attenzione ai processi hanno fermato l’aggregazione delle amministrazioni

Le 32 persone che lavorano al «Centro per la formazione in economia e politica dello sviluppo rurale» sono state dimenticate a Portici, dove ha sede l’ente istituito nel 1999 per curare la «formazione tecnica superiore» e studiare «lo sviluppo economico» dell’agricoltura, soprattutto meridionale.11 Centro è finito nell’elenco degli enti che la manovra estiva del 2010 (Dl 78/2010) ha deciso di sopprimere incorporandoli ai ministeri competenti per materia ma da allora nulla è stato fatto. Non sempre si tratta di una dimenticanza dolorosa, perché il Centro che non esiste più ha ancora fra l’altro un direttore generale, ma l’inquadramento del personale nella struttura delle Politiche agricole non è stato ancora accennato e la chiusura delle vecchie partite è ancora di là da venire. Tanta lentezza, spiega la Corte dei conti (sezione centrale di controllo) nella delibera 1/2ou diffusa ieri, «desta perplessità», anche perché «non ne sono esplicitate le ragioni». La «perplessità» dei giudici contabili, poi, cresce perché le stesse caratteristiche tornano nelle storie vissute dagli altri protagonisti del «taglia-enti» targato 2010, lanciato dall’allora Governo Berlusconi con un’enfasi presto dimenticata quando si è trattato di passare ai fatti L’agenzia dei segretari comunali, ricorda per esempio la Corte, doveva essere assorbita dal ministero dell’interno, ma da quando “non esiste più” ha speso 1,8 milioni di euro (più Iva) nel tran tran ordinario, senza peraltro poter bandire concorsi per l’assegnazione dei segretari agli enti locali, e si è letteralmente inventata organi istituzionali (come il «comitato di sorveglianza», al posto del collegio dei revisori cancellato dalla soppressione) nell’attesa che il Viminale si decida ad attuare davvero l’incorporazione (Comuni e Province, nel frattempo, pagano ogni anno il contributo obbligatorio all’agenzia “che nonc’è”). Al di là dei singoli casi, nella fotografia scattata dalla magistratura contabile è l’intero accorpamento degli enti pubblici disegnato dal decreto estivo del 2010 a fare acqua, tenendosi lontano dalla «razionalizzazione efficiente» promessa dalla norma. Alla base del flop, certo, ci sono le lentezze organizzative che affliggono la burocrazia ministeriale, ma ad alimentarle c’è secondo la Corte un difetto “nel manico”.11 caos, scrive la Corte nelle conclusioni dell’indagine, nasce dalla «estrema sinteticità delle disposizioni recate dal decreto 78 del 2010», che non si soffermano a disciplinare i processi di aggregazione e lasciano campo aperto all’incertezza.Ai magistrati, allora,viene il dubbio che le norme «non siano state supportate da una valutazione degli effetti» sulle varie realtà colpite: forse l’interesse puntava più a qualche titolo di giornale che ai risultati effettivi dell’operazione?

Gianni Trovati – ilsole 24 ore – 16 marzo 2012

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