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Il virus cala, i pronto soccorso scoppiano: la fuga dei medici scatena l’emergenza. Il caso del Cardarelli non è unico. “Cento al mese i camici bianchi che vanno altrove”

di Michele Bocci, Repubblica. Le lettere di dimissioni, come quelle dei 25 camici bianchi del Cardarelli di Napoli, stanno partendo ovunque. A Bologna, a Firenze, a Roma, a Torino i medici cercano di lasciare il pronto soccorso. Chi può, partecipa a concorsi per cambiare specialità, mentre chi avrebbe la possibilità di entrare non lo fa, con posti nelle scuole di specializzazione che restano vuoti (come a Napoli). Il Covid è in fase calante ma i pronto soccorso italiani sono in crisi. La grande domanda spinge circa 100 professionisti a lasciare ogni mese, mentre quasi uno su tre vorrebbe cambiare lavoro entro un anno.
E più aumenta il numero di coloro che vanno via, peggiore diventa la situazione per chi resta. Turni sempre più duri e notti pesantissime provocano «un disagio esistenziale drammatico. A stare al pronto soccorso non hai più vita familiare e sociale. O sei al lavoro o sei a casa a riposarti ». Nessun altro settore della sanità italiana sconvolta dal Covid è in difficoltà quanto l’emergenza.
«Il momento è difficilissimo», conferma Fabio De Iaco, che presiede Simeu, la società scientifica dell’emergenza urgenza. Sui pronto soccorso si scarica un bel pezzo della richiesta sanitaria. Succede sempre così, quando il sistema pubblico è in difficoltà e aumentano le liste di attesa della specialistica, quando i medici di famiglia non riescono a stare dietro alle richieste di tutti i loro assistiti, i cittadini si riversano sull’emergenza, che va in crisi. Del resto è l’unico servizio sempre aperto, disponibile, dove comunque, magari aspettando ore, tutti vengono visti, fanno gli esami, sono rimandati a casa con una diagnosi. In mezzo a tantissimi pazienti non gravi che si lamentano per le attese arrivano le emergenze vere. Poi ci sono le persone che devono essere ricoverate. E qui nasce un altro problema. «Spesso i reparti non hanno posto e dobbiamo occuparci per giorni di chi aspetta il ricovero. Anche se magari ha problemi per i quali non siamo preparati», dice De Iaco.
Secondo Simeu, che questa settimana celebra il congresso, già l’anno scorso si calcolava che nelle strutture dell’emergenza (dove sono accolte almeno 21 milioni di persone all’anno) mancassero 4.200 medici. Alla fine di quest’anno se ne potrebbero perdere, al ritmo di 100 al mese, altri 1.200. «È come se ogni 30 giorni — dice De Iaco — scomparissero 4 o 5 pronto soccorso. A questo ritmo non possiamo reggere». Il ministro alla Salute Roberto Speranza l’anno scorso ha stanziato soldi per dare un aumento a chi lavora nell’emergenza. «A parte che devono ancora arrivare, per la vita che facciamo, anche con 7 o 8 notti al mese, l’incremento è troppo basso, da 80 euro netti a busta paga. La valorizzazione economica deve essere molto superiore se si vuole evitare questo esodo».
Torino. Ogni turno costa 800 euro. Personale in affitto per salvare il reparto
Arrivano con la valigia in mano. Fanno un turno di dodici ore, forse due, e ripartono. Da qualche settimana nei pronto soccorso degli ospedali di Chieri e Carmagnola, alle porte di Torino, sono comparsi i medici reclutati dalla società lombarda Med-right. Per un turno di notte in pronto soccorso guadagnano 800 euro lordi, una cifra che scende a 750 se si lavora di giorno. Per ogni ora di servizio l’azienda paga però 99 euro, quando per un medico interno che si offre di fare prestazioni aggiuntive il costo per le aziende piemontesi è di 60 euro all’ora, circa 40 euro netti per il medico.
La Med-Right non chiede la specializzazione in medicina d’urgenza. Assicura soltanto che i sanitari candidati per lavorare in pronto soccorso siano di area medica o chirurgica. La scelta è stata inevitabile, racconta Angelo Pescarmona, il direttore generale dell’Asl di cui fa parte il presidio di Chieri: «Non c’era alternativa. Durante il periodo Covid eravamo stati costretti a chiudere il pronto soccorso di Carmagnola. Ai bandi da molto tempo si presentano pochissimi medici, in numero assai inferiore a quanti sarebbero necessari. Due medici se n’erano andati e ci sono stati dei pensionamenti. Cosìabbiamo pubblicato un avviso e l’unica società che ha ha fatto una proposta è stata la Med-Right».
La soluzione ha permesso di riaprire il pronto soccorso di Carmagnola e dare respiro a quello di Chieri. «La cifra è in linea con quanto ci permette di pagare la Regione dalla fine dello scorso anno — chiarisce ancora il direttore — Considerato l’allarme per la carenza di medici, se per il pronto soccorso prendiamo professionisti da altre Asl si può arrivare a una tariffa di 100 euro».
Ricorrere alle cooperative non è più un’eccezione in Piemonte e la fuga dei sanitari della sanità fotografata da un sondaggio dell’Anaao- Assomed ha numeri inquietanti: 331 (179 donne) su 9.186 attivi hanno presentato dimissioni volontarie nel 2021. La stragrande maggioranza sono urgentisti. Anche all’ospedale di Alessandria sono entrati i medici con la valigia. Non è bastato: per i turni in pronto soccorso sono stati cooptati anche oncologi, ematologi, chirurghi, vascolari.
Il sindacato medici Anaao da tempo lancia l’allarme sui rischi: «Questi casi — dice la segretaria regionale Chiara Rivetti — dimostrano l’ulteriore peggioramento di una situazione già drammatica. L’utilizzo di sanitari non specializzati in urgenza peggiora chiaramente la qualità del servizio».
Roma. I disagi al San Camillo. Prigionieri da giorni sui lettini ammassati
Un girone infernale. Pazienti ammassati, uno accanto all’altro: barelle su barelle tra malati in attesa — fino a 4-5 giorni per un posto letto nei reparti specialistici — e nuovi arrivi, che sono la quotidianità per chi lavora nei reparti di urgenza, e che con la fine dell’emergenza Covid hanno cominciato a moltiplicarsi. Il pronto soccorso dell’ospedale San Camillo di Roma non è diverso dal Cardarelli di Napoli. Regione che vai, disagio che trovi.
«Sono quattro giorni che devo essere trasferito in gastroenterologia — spiega Dodaj, cinquantenne costretto in una lettiga da 96 ore nel corridoio del pronto soccorso, tra i più trafficati della capitale — Sono arrivato venerdì ma il posto letto per ricoverarmi non è ancora disponibile ». E così, non resta altro che attendere,in sale gremite, dove il distanziamento (figurarsi il Covid) sembrasolo un lontano ricordo.
La fine dell’emergenza ha segnato l’inizio di un’altra emergenza, stavolta molto, ma molto più vecchia. Già nel 2009 i medici della Simeu (Società medicina di urgenza emergenza) denunciavano gli stessi, identici problemi. All’epoca i “parcheggiati” in attesa di ricovero nel Lazio erano una media di 100 al giorno. Oggi sono diventati 6 volte tanti. «Ogni giorno negli ospedali della regione abbiamo tra i 600 e i 900 pazienti in attesa di posto letto in altri reparti,che gravano sul nostro personale, sotto organico almeno del 35%», spiega Giulio Maria Ricciuto, presidente di Simeu Lazio.
E se i medici sono pochi, e i pazienti troppi, i tempi di attesa si dilatano. E se i più, giocoforza, si rassegnano, altri danno in escandescenze. Ieri al San Camillo, in un lunedì nero che alle 18 segnava la presenza in contemporanea di 103 pazienti nel reparto di urgenza, di cui 41 in attesa di ricovero da oltre 24 ore, una donna, che doveva ancora essere visitata ha iniziato a litigare con gli operatori, colpendo la porta d’ingresso dell’area di arrivo delle ambulanze. Per fermarla sono intervenute le forze dell’ordine. «Sono giorni difficili, anche a causa dei lavori in corso nell’ospedale», spiega il direttore generale del San Camillo, Narciso Mostarda, che promette di porre fine al sovraffollamento grazie alla creazione di «nuovi spazi, dove far sostare i pazienti destinati ad altri reparti, a carico dei medici di quelle divisioni». Misure dovute: le condizioni sono ormai insostenibili. E mentre all’interno i pazienti vivono esperienze da girone dantesco, all’esterno i parenti restano nel limbo, senza avere nemmeno la possibilità di contattare i propri cari. «Mia figlia, di 21 anni, mi ha chiamata dicendomi che non ci vede più da un occhio», dice Daniela, madre di una giovane ricoverata al San Camillo. «Ma non è stata ancora in grado di parlare con un medico»

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