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In Pianura padana rimane l’allerta sulle aflatossine del mais

In Veneto ed Emilia danni stimati per 300 milioni; a Brescia eseguiti oltre mille controlli. Le aflatossine destano ancora preoccupazione nella Pianura padana. Tant’è che alcune delle regioni più colpite, anche su pressione delle organizzazioni sindacali, stanno pensando di chiedere al ministero della Salute di attivarsi per ottenere un innalzamento dei valori massimi consentiti.

La priorità, come riassume l’assessore all’Agricoltura della Lombardia, Giuseppe Elias, è quella di «garantire innanzitutto la sicurezza alimentare ai cittadini. Le aflatossine del mais sono un problema da non sottovalutare, ma che è tenuto sotto controllo attraverso uno scrupoloso e capillare sistema di monitoraggio dei raccolti e di verifiche sui mangimi e sugli alimenti, latte e derivati del mais in primis». Parla di allerta e non di allarme il direttore generale dell’Agricoltura, Paolo Baccolo, che definisce i contorni dell’emergenza aflatossine «entro il 10% di tutto il mais prodotto in Lombardia. A essere maggiormente colpito, per effetto di temperature elevate e siccità che hanno favorito la comparsa delle tossine, il triangolo sud-orientale della regione». Vale a dire, il triangolo d’oro della zootecnia: Brescia, Mantova e Cremona. Inoltre, rispetto al primo caso di micotossine verificatosi nel 2003, «questa volta eravamo assolutamente preparati e abbiamo attivato, già dalla fine di agosto, una cabina di regia con gli assessorati dell’Agricoltura e della Sanità, le rappresentanze agricole, l’Aral, Assolatte e la filiera cerealicola». I controlli funzionano e, come precisa Elias, «vengono effettuati a più livelli dagli stessi allevatori, dalle loro associazioni, dalle aziende di trasformazione, dalla sanità pubblica e dal servizio di assistenza tecnica agli allevatori (Sata), che contribuisce a certificare la sicurezza delle stalle lombarde e delle loro produzioni». A certificare l’efficienza lombarda sono sufficienti alcuni dati dell’Asl di Brescia: in due mesi sono stati effettuati 1.162 controlli sul latte delle cisterne in arrivo e sono stati rilevati sei casi extra-soglia; le ispezioni sui mangimi e i centri di stoccaggio hanno riscontrato 28 partite non conformi. Di queste, tre partite sono state dirottate in allevamenti suini o avicoli (che hanno una soglia di tolleranza superiore ai bovini da latte) e due sono state destinate alla produzione agroenergetica. «Una possibilità, quella dei digestori, che nel 2003 il sistema non aveva», ricorda Baccolo. Più critica la situazione in Emilia Romagna e in Veneto, dove le stime dei danni superano abbondantemente i 300 milioni di euro e lo scenario è più grave rispetto al 2003. I dati sono da confermare, ma si ipotizza una perdita intorno al 40% delle produzioni maidicole. «A fronte di uno scenario piuttosto preoccupante abbiamo previsto 1.000 controlli aggiuntivi in stalle, mangimifici e lungo tutta la filiera del latte e del mais – afferma Giorgio Cester, direttore dell’Unità di progetto di veterinaria del Veneto – e non è escluso che anche la nostra Regione si unisca alla richiesta già avanzata dall’Emilia Romagna ai ministeri delle Politiche agricole e della Salute di attivarsi all’Efsa per innalzare la soglia minima delle aflatossine». La richiesta è quella di elevare i livelli di tolleranza nell’utilizzo animale, con l’esclusione delle vacche da latte, per le quali i parametri rimarrebbero invariati a 0,02 µg/kg.

MATTEO BERNARDELLI – Agrisole – 8 dicembre 2012

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