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Ippoterapia, zoo ucraini e soap opera. Le interpellanze assurde in Europa. I parlamentari italiani sfornano quesiti a raffica ma ogni interrogazione costa 1500 euro

Marco Zatterin. Lara Comi ha avuto un martedì da grafomane. La contabilità dell’Europarlamento rivela che ieri mattina sono state recepite 82 interrogazioni scritte alla Commissione Ue dalla deputata forzista, il 15% di quelle catalogate a Strasburgo in 24 ore. Spaziano dalla Garanzia Giovani alle imprese cipriote, dalla lotta alla disoccupazione spagnola e alla crisi olandese. Una crisi di attivismo? «L’ho fatto apposta» dice lei.

Vuol far saltare le classifiche «falsate» del lavoro degli onorevoli europei in cui si fanno punti per ogni domanda, qualunque essa sia. «Ci sono colleghi sempre assenti che sono in vetta», accusa. Difficile contraddirla. Avviene proprio così. Da anni.

Il costo della democrazia

L’interrogazione parlamentare è un dono democratico. Consente agli eletti di controllare il potere a dodici stelle e farsi voce degli elettori. Possono essere orali o scritte, le prime vengono risolte in emiciclo, le seconde tornano sul pc dopo un paio di mesi. Nell’Ue hanno un solo difetto. Costano. Perché ogni testo va registrato, tradotto, studiato dall’esecutivo Ue, spedito al Parlamento, ritradotto. Un conto della commissione Bilancio è che ogni «question» pesa circa 1500 euro. Implica che per le 82 domande della Comi sono partiti 120 mila euro. «Lo so, sono molti – ammette lei -, ma è una guerra per la meritocrazia».

Come sempre è meglio non esagerare, pure nella consapevolezza che se l’interrogazione è buona, pagare per renderla disponibile a tutti è un dovere. Il guaio è quando i numeri diventano alti e i testi vani. Dal luglio del reinsediamento in Europa, la leghista Mara Bizzotto ha firmato 228 testi (340 mila euro), quasi uno al giorno, dopo i 1344 nella passata legislatura. Sono questioni importanti, l’immigrazione e l’economia, in mezzo a altre bizzarre e fuori dallo spettro Ue: il 17 aprile ha chiesto notizie sugli animali dello zoo di Kharkiv in pericolo; le hanno fatto sapere che «la Commissione non ha competenze in merito per quanto riguarda l’Ucraina».

Scalare la vetta

C’è un motivo valido e due meno per scrivere un’interrogazione. Il primo lo si è visto, si fa pressione e si scruta l’operato dell’Europa. Gli altri lasciano a desiderare. Uno è che la mossa diventa pezza da appoggio per il collegio, col rischio di sollevare casi che fuori dalla pista Ue. L’altro è quello del ranking. I siti «Votewatch» e «MepRanking» misurano l’attività dei deputati con vari criteri omogenei. Presentare un’interrogazione vale quando essere relatore. Il che, ovviamente, non funziona: si sembra e non si è.

Nell’Europa, genere trascurato, i deputati tendono a scomparire dai radar e molti cercano di recuperare spingendo sulle interrogazioni, principio anche nobile. Salta all’occhio la gara, interessante, fra i due grillini Corrao e Castaldo, entrambi con 127 domande da luglio, concreti sebbene non privi di sbavature. Come quando si interroga la Commissione su se sia consapevole del fatto che «la soap opera Agrodolce cofinanziata da Rai e da Regione Siciliana attraverso i fondi Fas si è conclusa bruscamente nel marzo 2011». Ce n’è per tutti i gusti. Solo qualche esempio: Michela Giuffrida (Pd) che si occupa del «cedimento di un pilone dell’A19 Palermo-Catania»; il leghista Buonanno che denuncia gli auricolari sporchi e paventa un rischio Ebola (!); Raffaele Fitto che parla delle migrazioni come d’un deliberato tentativo islamista di destabilizzare l’Italia; e la stessa Comi che domanda a Bruxelles se non abbia piani per l’ippoterapia, ottenendo una replica asciutta: «I programmi non prevedono azioni in materia».

A 1500 euro a colpo si fa presto a spender troppo, così c’è anche chi immagina di regolamentare le procedure. I più pensano che sarebbe pericoloso, «a mettere limiti si può fermare anche qualche importante». La soluzione è il buon senso, per quanto difficile possa sembrare. E poi, come ha proposto il vicepresidente con delega al Bilancio, David Sassoli, una revisione delle classifiche. Tolto, il premio, dimagrirebbe l’abuso.

La Stampa – 4 maggio 2015

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