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Job act, nuovo contratto, ammortizzatori. Ma non dovevano partire l’1 gennaio? Riusciranno a entrare in vigore a febbraio?

Contratto a tutele crescenti e nuovi ammortizzatori al palo. Eravamo stati facili profeti nel temere il rallentamento dell’approvazione definitiva dei primi due decreti del Job Act. Ora la conferma viene dalla notizia che l’invio del testo alle Commissioni Lavoro di Camere e Senato, previsto per oggi, viene rinviato alla prossima settimana. Ma non dovevano partire, soprattutto il primo, dall’1 gennaio 2015?

L’invio alle Commissioni è solo consultivo, ma è un passaggio obbligato per avere l’ultimo formale parere del Parlamento. C’è chi teme anche che in quell’occasione, soprattutto al Senato, il centro-destra tenti di ottenere qualche modifica (ancora l’articolo 18), ma il giudizio delle Commissioni non è vincolante. A rallentare la marcia sono le osservazioni della Ragioneria di Stato sulla copertura nel triennio dei nuovi ammortizzatori. C’è poi l’ulteriore passaggio alla Corte dei conti e al Consiglio di Stato. Il rischio è quello di un ritardo di alcune settimane, con l’entrata in vigore dei provvedimenti a febbraio. A questo punto si registrano comportamenti attendisti da parte delle imprese, che non procedono ad assunzioni programmate sino a che non cala l’incertezza normativa. L’urgenza di porre rimedio all’aumento della disoccupazione, confermata dagli ultimi dati Istat (3,5 milioni di senza lavoro, tasso disoccupazione giovanile al 43,9%), richiederebbe un rapidissimo binario preferenziale. Mentre fanno malinconicamente scalpore i dati appena usciti dal lavoro negli Stati Uniti, che hanno creato 3 milioni di nuovi posti di lavoro nel 2014, portando il tasso di disoccupazione al record assoluto del 5,6%, il miglior risultato dal 2000. 

Il governo accelera sul Jobs Act: “I nuovi contratti a metà febbraio”. Alle Camere tutele crescenti e assegni di disoccupazione

Giuseppe Bottero. «Gennaio è un mese fondamentale. Alla fine del percorso gli italiani sapranno se avevamo ragione o no». Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti è convinto che la scommessa si possa vincere, ma tocca muoversi in fretta: se i dati sulla disoccupazione continuano a volare, infatti, la colpa è anche dell’incertezza sul Jobs Act. Il balletto sulle date ha congelato i nuovi contratti: chi assumerebbe, infatti, sapendo che più avanti le condizioni saranno migliori?

La stretta sui tempi

Il primo passo è portare il decreto sulle tutele crescenti alle Camere. Ci arriverà lunedì, annuncia il responsabile economico del Pd Filippo Taddei, in coppia con il rinnovato sussidio di disoccupazione che attendeva la bollinatura della Ragioneria generale dello Stato. «Si tratta di un primo passo importante – spiega -. L’obiettivo è partire a metà febbraio». I primi effetti sul tasso dei senza lavoro, dice, «si potrebbero iniziare a vedere dal secondo trimestre dell’anno».

Cosa cambia

Grazie alla Naspi, approvata «salvo intese» nel Cdm di Natale, la platea di chi può beneficiare dell’assegno di disoccupazione si allarga di 700 mila potenziali beneficiari: 300 mila occupati con «carriere discontinue» e 400 mila co-co-pro, visto che il sussidio verrà applicato anche ai collaboratori. Ma a cambiare, da maggio, sarà anche la durata: fino a 24 mesi.

Le coperture

Per la Naspi, in fase di legge di Stabilità, sono stati stanziati 2,2 miliardi di euro per il 2015, altrettanti per il 2016 e 2 miliardi di euro per il 2017. Soldi che Poletti giudica sufficienti.

L’ultimo passaggio, prima del Cdm chiamato a dare luce verde, è dunque quello nelle commissioni parlamentari: che hanno trenta giorni di tempo per un parere non vincolante. «L’unica cosa che chiedevamo è che ci inviassero insieme il decreto sugli ammortizzatori e quello sul contratto a tutele crescenti. Se arrivano la prossima settimana li incardineremo» ma «per i pareri non c’è fretta», dice il presidente della Commissione Lavoro della Camera Cesare Damiano, secondo cui la riforma andrebbe corretta «su tre punti: i licenziamenti collettivi, la tipizzazione dei licenziamenti disciplinari e l’indennità». La stessa linea di Pierluigi Bersani: «Credo che già nelle prossime settimane qualche correzione possa essere fatta».

Il rebus autonomi

Resta aperto, invece, il nodo delle partite Iva. Secondo uno studio della Cna un milione di autonomi si troveranno ad affrontare un aumento che, in alcuni casi, sfiorerà i 900 euro l’anno. «Bisogna mettere una toppa, è stato un errore grave», dice la deputata di Ncd Barbara Saltamartini. «Il decreto sul lavoro non avrà effetto – attacca il presidente di Confassociazioni, Angelo Deiana – finché non vi saranno interventi ad hoc nei confronti dei professionisti, tartassati dalla Legge di Stabilità».

La Stampa – 11 gennaio 2015 

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