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La guerra sotterranea dei dipendenti pubblici. Un nuovo round ai dirigenti dei ministeri. Il decreto in arrivo frena i segretari comunali che vogliono fare carriera nello Stato

La guerra è strisciante, persino sotterranea. Come tutte le guerre feroci per davvero. Da una parte ci sono i dirigenti della Pubblica amministrazione, quelli che guidano la macchina dello Stato, quelli che restano mentre i governi passano. Dall’altra i segretari comunali, che nelle mani hanno un volante più piccolo, ma hanno tentato di passare dalla periferia al centro, di diventare anche loro dirigenti dello Stato.

Fra traslochi, comandi e mobilità. Come in tutte le guerre ci sono stati momenti di gloria per un fronte e per l’altro. Ma adesso siamo arrivati alla fine. Il decreto che riscrive le regole per i dirigenti dello Stato, che dovrebbe passare in Consiglio dei ministri prima della pausa estiva, assegna la vittoria proprio a loro, ai dirigenti dello Stato. Breve parentesi tecnica.

Il decreto crea un ruolo a parte per i dirigenti degli enti locali. Senza dare ai segretari comunali nessuna possibilità di scelta: dovranno entrare in quel serbatoio, dal quale in futuro i Comuni potranno pescare per le assunzioni. Un dettaglio burocratico? Insomma. Di fatto significa sbarrare la strada ai tentativi di trasloco dalla periferia verso il centro. Sarebbe il colpo finale dopo la sentenza della Cassazione di qualche mese fa, che ha stabilito come i segretari comunali «prestati» ai ministeri non possono salire sul gradino più alto, quello dei dirigenti. Ma devono accontentarsi di rimanere funzionari. Un disincentivo non da poco per chi ha tentato il salto e anche per chi è stato costretto a farlo. Su 3.500 segretari comunali, al momento sono circa 100 quelli che lavorano nelle cosiddette amministrazioni centrali, soprattutto ministeri. In alcuni casi sono stati comandati, trasferiti su richiesta dell’ufficio di destinazione. In altri casi sono in mobilità, cioè avevano perso il loro ruolo d’origine.

Ma dietro questa groviglio di tecnicismi c’è stata anche una partita politica. All’inizio del suo mandato a Palazzo Chigi, Matteo Renzi non ha fatto mistero di voler dare una bella rivoltata alla macchina dello Stato. «Non è accettabile che nella Pubblica amministrazione ci siano mandarini che restano lì per una vita e diventano intoccabili», aveva detto aprendo a Verona il Vinitaly del 2014. La rottamazione era ancora nel pieno delle sue forze e contro i mandarini Renzi aveva pescato a pieni mani proprio dal mondo che conosceva meglio, quello dei Comuni. Come segretario generale di Palazzo Chigi, per dire, c’era Mauro Bonaretti, l’ex city manager di Reggio Emilia, poi trasferito al ministero delle Infrastrutture insieme a Graziano Delrio. A capo dell’ufficio legislativo di Palazzo Chigi, sempre per dire, c’era e c’è tuttora Antonella Manzione, già direttore generale del Comune di Firenze e comandante dei vigili urbani. Ma con la sentenza della Cassazione e il decreto in arrivo si cambia rotta. Tutti i dirigenti della Pubblica amministrazione perdono buona parte delle loro certezze: vivranno di incarichi a tempo, con la possibilità di essere degradati a funzionari, con il rischio di vedersi di tagliare lo stipendio e pure di essere licenziati. Per la rottamazione dei mandarini di Stato, segretari comunali e dirigenti locali non servono più. Usati come centravanti di sfondamento. E adesso retrocessi a centrocampo, alla loro vita da mediano.

Lorenzo Salvia – Il Sole 24 Ore – 7 agosto 2016 

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