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    Home»Notizie ed Approfondimenti»La spending aggirata. Camera, tetto agli stipendi fino al 2017. Il taglio vale solo per 2 anni, poi per i dipendenti scatta il liberi tutti
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    La spending aggirata. Camera, tetto agli stipendi fino al 2017. Il taglio vale solo per 2 anni, poi per i dipendenti scatta il liberi tutti

    pecore-elettricheInserito da pecore-elettriche15 Gennaio 2016Nessun commento4 Minuti di lettura
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    di Sergio Rizzo, dal Corriere della Sera. Per la serie: portarsi avanti sul lavoro durante le Feste. Se Raiuno ha anticipato il Capodanno di un minutino con la scusa di battere così la concorrenza, il Babbo Natale dei dipendenti della Camera si è presentato addirittura due anni prima. Il regalo? Una sentenza del «collegio d’appello», come si chiama l’organo interno a Montecitorio competente a giudicare i ricorsi in materia di lavoro.

    Sfornata calda calda martedì 22 dicembre, stabilisce che il tetto dei 240 mila euro alle retribuzioni pagate dallo Stato avrà per i dipendenti della Camera valore esclusivamente temporaneo. Esattamente, fino al 31 dicembre del 2017. Dopo di che liberi tutti. E se a quel punto non interverrà un provvedimento per riaffermare il limite, valido invece senza vincoli temporali per tutti gli altri dipendenti pubblici, gli stipendi dei dipendenti del Parlamento potranno tornare nelle parti più alte della stratosfera.

    Qualcuno dirà che non è una sorpresa: prima della Camera, l’organo d’appello interno del Senato aveva preso esattamente la stessa decisione. Ma non per questo la sentenza può passare inosservata, per varie ragioni. La prima riguarda le dimensioni della valanga dei ricorsi: più di mille persone appartenenti a una decina di sigle sindacali, l’80 per cento dei dipendenti di Montecitorio. Dimensioni che danno l’idea di quanti siano aggrappati a certi privilegi che si sono radicati nelle potenti corporazioni di palazzo di pari passo a quelli della classe politica, ma in profondità anche maggiore.

    La seconda è la conferma, implicita nelle 50 pagine di argomentazioni, che in Italia esiste un’amministrazione pubblica di serie B, quella tenuta al rispetto rigoroso dei tetti alle retribuzioni, e un’amministrazione pubblica di serie A: quella per cui invece i tetti si interpretano. Va infatti ricordato che tanto alla Camera quanto al Senato il limite dei 240 mila euro ha avuto declinazioni tutte particolari. Escludendo infatti dal computo le competenze previdenziali e le indennità di funzione, per quanto queste siano state ridotte, i compensi apicali possono superare anche di slancio lo stipendio del capo dello Stato. E ora si aggiunge anche la validità «a tempo» dei tagli. Il tutto nel contesto di un sistema autoreferenziale ispirato a una ormai anacronistica autodichìa, il principio in base al quale le decisioni riguardanti la gestione e le spese delle Camere sono tutte interne e soprattutto insindacabili.

    I ricorsi dei dipendenti del Parlamento sono giudicati in primo e secondo grado da commissioni formate esclusivamente da parlamentari. Il collegio d’appello di Montecitorio è composto da cinque onorevoli. Presidente è Mario Guerra, uno dei due esponenti del Partito democratico che ne fanno parte: l’altro è Giuseppe Lauricella. C’è poi Giuseppe Galati, vecchia conoscenza del centrodestra passato con gli ex forzisti di Denis Verdini. Quindi Gaetano Piepoli del Centro democratico. Infine il grillino Alfonso Bonafede, che non ha sottoscritto la sentenza.

    Comprensibile il perché: il Movimento 5 Stelle non soltanto aveva sostenuto fin dall’inizio l’estensione del tetto dei 240 mila euro proprio agli organi costituzionali, ma aveva contestato anche le decisioni di primo grado tutte in qualche modo orientate dal Pd e favorevoli ai dipendenti. Così ora, tanto per fare una cosa diversa, tira in ballo le responsabilità del Partito democratico, che ha voluto questo singolare compromesso del tetto «a tempo» mentre i dipendenti della Camera erano sul piede di guerra per le sforbiciatine alle indennità di funzione. «Il bello», insiste Riccardo Fraccaro, segretario dell’ufficio di presidenza della Camera, «è che lo stesso Pd sconfessa una decisione presa dal suo segretario Matteo Renzi».

    E non è finita qui. Per aprile è atteso il pronunciamento della Corte costituzionale su un conflitto di attribuzione sollevato da un giudice del lavoro che si era visto recapitare altri ricorsi sui tetti. Questione spinosissima: la Consulta dovrà dire se i dipendenti delle Camere vanno considerati come tutti gli altri lavoratori pubblici oppure no.

    Sempre che nel frattempo la faccenda del tetto di 240 mila euro (più qualche dorato extra), come ha fatto intendere l’avvocato Maurizio Paniz, ex deputato di Forza Italia legale di alcuni ricorrenti, non finisca alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Ma tant’è. Arrivati a questo punto niente è impossibile.

    Sergio Rizzo – Il Corriere della Sera – 15 gennaio 2016 

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