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La strategia del cibo. Il manifesto della terza via fra carnivori e macrobiotici. Un saggio contro i tanti libri sulla tavola, le ossessioni da privazione e da eccessi alimentari

Francesco Merlo, la Repubblica. Mangiare è peccato, lo sfizio è vizio, invecchiare è reato e il grasso è una colpa imperdonabile che pesa sulla coscienza più che sulla bilancia. Così ci ha ridotto la lobby planetaria della salute e del fitness che ci ha imposto il modello del digiunatore di Kafka, la cui magrezza «i bimbi guardavano ammirati a bocca aperta».

E però il digiunatore «forse non era dimagrito per il digiuno, ma perché non era soddisfatto di sé», scrive Kafka che, infelice come l’ Homo Dieteticus esplorato da Marino Niola (il Mulino), era di poco e strambo pasto, e nei Diari ricorda infatti di un cenone di Capodanno «con scorzonera e spinaci accompagnati da un quarto di Xeres».

Certo, se bastasse mangiare male come Kafka per scrivere bene come Kafka, forse varrebbe la pena questa evoluzione (involuzione) in homo dieteticus che ha subito il rimpianto homo sapiens. Altrimenti è meglio ribellarsi, e non al capitale come una volta ma alle diete, all’inferno delle privazioni che è lastricato di buone ossessioni sino a quella diffusissima e micidiale patologia che i medici chiamano ortoressia: la fissazione insana del mangiar sano, del vivere da malati per morire in perfetta forma.

Ecco perché Homo Dieteticus può diventare il Manifesto di chi vuol sottrarsi alla lotta «tra quelli che hanno un disperato bisogno di mangiare e quelli che hanno un disperato bisogno di non mangiare». Leggerlo infatti non è solo un’indigestione di ironia sulla rieducazione del ventre a crusca, a mezze mele, a toccasana vegetali, parafarmaci omeopatici miracolosi e tutto l’alfabeto delle vitamine in un’atmosfera di crisi e decadenza lucreziana da Tristi tropici. Homo dieteticus è anche il libro che smaschera i libri sul cibo, l’apocalisse calorica, l’ideologia del nudo e crudo, del tutto polpa e niente colpa, il messianesimo che propugna il ritorno alla natura con le sceme leggende su «i preistorici che, come gli eschimesi, non soffrivano di carie dentarie» mentre gli hunza himalayani «non solo vivono in media 130-140 anni, ma non conoscono neppure le nostre tanto temute patologie degenerative, il cancro e le malattie del sistema nervoso». Perché? Ma suvvia, «perché non si avvelenano con braci e padelle, fornellini e barbecue, piastre a induzione e forni a ventilazione ….». E dunque da oggi si mangia solo “raw”.

Secondo Cardano, il più famoso medico matematico del Cinquecento, «i mezzi per preparare i cibi sono 15: fuoco, cenere, bagno, acqua, tegame, padella, spiedo, graticola, pestello, filo e costa del coltello, grattugia, prezzemolo, rosmarino e luaro». Il Lombroso lo ritenne pazzo. Alle fine, il massimo esperto italiano di enogastronomia critica, il professor Niola, non ci autorizza a dire con Paolo Villaggio che la dieta è «una boiata pazzesca» solo per rispetto verso il povero corpo che le ha provate e dunque sofferte tutte — l’antropologo infatti deve stare dentro — e poi senza rimpianti le ha lasciate tutte — l’antropologo infatti deve stare fuori. Dunque, seguendo la regola della buona distanza di Lévi-Strauss, Niola si è cibato del junk food degli umiliati e obesi così come quello aveva dormito nelle capanne (le baitemmannageo) per single dei Bororo del Mato Grosso. E poi, visitando tutte le tribù alimentari, si è dato ai cibi naturali e a quelli identitari, ha sconfitto la xenofobia con la xenofagia, ha saziato la fame di patria con la zuppa della nonna e, in una spettrale mensa psichica, ha mangiato la “mela insana” (melanzana) della tradizione, sino agli arancini di Montalbano gustati con sobbalzi dell’anima.

E va bene che, tra vita e girovita, «siamo a dieta da sempre» molto prima che i profeti del benessere ci dispensassero, a pagamento, i loro comandamenti a base di agli, oli e sermoncini, ma quando Niola ha seguito la dieta del gruppo sanguigno si è sentito modernissimo per poi diventare l’avo di se stesso con «niente forno né fornelli per restare sani e belli» e ha reagito al disagio dell’inadeguatezza con un gaberiano «quasi quasi mi faccio uno scampo».

Come Lévi-Strauss si integrò tra gli indiani Nambikwara e Caduveo, Niola si è integrato tra vegetariani, vegani, macrobiotici, lattofobi, crudisti, sushisti, naturisti, no gluten, carnivori, fruttivori, localivori… E oggi che tutto è finito e il libro è qui, allegro e malinconico diario etnologico della paura di vivere, il corpo dell’antropologo non dimentica di avere militato in tutte le ossessioni, tofu contro carne, soya contro uova, quinoa contro grano, crudo contro cotto fino ai vengansexuals che si accoppiano solo tra di loro per paura di essere contaminati dai carnivori, sino alla polpetta di Frankenstein che è il cibo sanissimo di laboratorio, e sino «a sentire sulla pelle» tutti i diminutivi e accrescitivi del peso format dell’anima: «grassottello, rotondetto, in carne, corpulento, paffuto, ciccione, falso magro… ». E ha pure avuto il ventre piatto, poverino, dopo che i nutrizionisti lo avevano esposto alla ver-gogna del molle.

Ebbene Niola ha capito che continueremo a cambiare dieta non potendo più cambiare il mondo, ma non saremo mai più come prima, felicemente onnivori. Non torneranno i tempi quando avevamo fame e non paura di mangiare e solo per malattia ci si metteva a dieta, vale a dire in penitenza-asti- nenza dal piacere come capitò a Carlo Emilio Gadda che, costretto dal mal di stomaco, compose la famosa parodia manzoniana: «Addio monti di spaghetti sorgenti dall’acque salsose della pommarola che giungeva quasi ‘ncoppa e con cui m’imbrolodolavo (nei momenti d’oblio) il bavero della giacca e la mia poco rivoluzionaria cravatta! Addio care memorie di spigole, di vongole, di spiedini di majale, di panforte, e di altri vermiciattoli mangiati nelle più nefande e saporose bettole della suburra, facendo finta di discutere lettere e politicaglia tanto per salvare un po’ le apparenze, ma in realtà con l’occhio al piatto che arriva, fumante, trionfante, eccitante, concupiscente e iridescente di smeraldino prezzemolo. Addio!».

Repubblica – 6 febbraio 2015

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