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L’allarme. I pediatri veneti di libera scelta: «Distrutti, da due anni lavoriamo sette giorni su sette»

Sono stremati i pediatri di libera scelta. A due anni dallo scoppio della pandemia non riescono ancora a tirare il fiato, anzi per loro va sempre peggio. «Lavoriamo dodici ore al giorno e anche di più fra visite, tamponi e vaccinazioni — conferma Franco Pisetta, segretario regionale della Fimp, sigla di categoria — adesso poi che si aggiungono i test di fine quarantena non ci basteranno 24 ore. Forse se avessimo giornate di 48 riusciremmo anche a pranzare, ogni tanto. Siamo stanchi, in 550 dobbiamo seguire una platea di mezzo milione di bambini fino a 14 anni e in più rispondere a una media di 110/130 telefonate al giorno. E nonostante ciò tanti pazienti si lamentano perché trovano il telefono sempre occupato».

Fra le tante distorsioni create al sistema dal panico della gente ce n’è una che pesa non poco sulle spalle dei dottori per i bambini. «Arrivano genitori che giustamente devono far seguire i figli, ma poi già che sono qui ci chiedono di tutto — racconta Pisetta — come devono fare con i nonni positivi, piuttosto che con i ragazzi più grandi in isolamento dalla scuola o con lo zio sintomatico. Le procedure in effetti sono complicate, ogni giorno c’è una nuova regola e le persone sono disorientate, non possono ricordarle tutte. Non ci riuscirei nemmeno io se non avessi sempre davanti agli occhi, in studio, una tabella riepilogativa, ma in ogni caso per concedere la stessa attenzione a ogni utente e soddisfare le tante richieste ci vuole tempo. Ormai tutte le chiamate riguardano il Covid e ciascuna dura almeno dieci minuti, ma poi c’è il resto, compreso lo screening dei bimbi iscritti a scuola, e lo straordinario. Cioè gli utenti che, non riuscendo a trovare il telefono libero, si presentano direttamente in ambulatorio, di solito per sottoporre il bambino a tampone, perché ha sintomi o è stato a contatto con un coetaneo contagiato dal virus».

Uno dice: ma il sabato e la domenica riposate. «Macché, andiamo a fare le vaccinazioni pediatriche e i tamponi ai più piccoli negli hub pubblici — ricorda il segretario della Fimp — alla fine siamo in ballo sette giorni su sette ma siamo esseri umani, non dei. Non ce la facciamo più, non siamo in grado di assumere altri oneri, è impossibile ritenerci in grado di fare fronte a tutto, compreso il contact tracing familiare. E con questi ritmi poi che, ricordo, stiamo sostenendo da due anni».

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