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L’approfondimento. Il punto debole di Ebola. Uccide troppo in fretta e per questo non riesce a propagarsi come altri virus

di Riccardo Barlaam. Il bilancio di Ebola sembra quello di un bollettino di guerra. Con i suoi morti quotidiani. La paura che si diffonde. Le frontiere che chiudono. Il tam tam delle notizie che arrivano dall’Africa e che bucano a malapena l’indifferenza dei media occidentali. L’ultima nota diffusa dall’Organizzazione mondiale della sanità parla di 2.240 casi, fra sospetti e confermati, con 1.229 morti.

Gran parte dei decessi sono avvenuti nell’Africa Ovest: Guinea, Sierra Leone e Liberia. Vittime anche in Nigeria. Il Camerun ieri ha chiuso le frontiere “per una quarantina di giorni”, ha detto genericamente il portavoce del governo. Fino a quando la situazione migliorerà. Il virus Ebola distrugge il sistema immunitario. I primi sintomi somigliano a una febbre alta, con mal di gola, cefalee, debolezza. Seguite da diarrea, insufficienze renali e infine da terribili emorragie interne ed esterni, vomiti di sangue ed eruzioni cutanee dolorosissime. La morte avviene per embolia cerebrale. Ci sono 5 tipi di virus Ebola. Si distingue dalle altre febbri emorragiche per la sua alta mortalità (dal 25 al 90% dei casi). Ma la sua diffusione non è molto facile: si viene contaminati attraverso sangue, secrezioni, sperma e urine.

La forte mortalità di Ebola è paradossalmente il suo punto debole. Uccide troppo in fretta e per questo non riesce a propagarsi come altri virus. Questo spiega perché altri virus, come la febbre di Lassa o la febbre spagnola, tutti e due meno virulenti per gli uomini, abbiano fatto molti morti più di Ebola. L’Africa combatte con il virus Ebola da 40 anni. Da allora, ciclicamente, come le tragedie, le guerre e le epidemie, con una ineluttabilità tutta africana, il virus ricompare. La prima apparizione della malattia avvenne nel 1976 in Sudan e in un villaggio della Repubblica democratica del Congo, ex Zaire, in un villaggio sulla Riviera di Ebola, da cui prese il nome. In realtà Ebola non uccide molto, anche se non ha una cura sicura. In 40 anni le vittime, compresa l’epidemia in corso, sono state poco più di tremila. Ogni anno in Africa muoiono circa 660mila persone di malaria, per la maggior parte bambini sotto i 5 anni, nell’indifferenza generale. In questo giro, il virus è riapparso in Liberia. Un paese poverissimo. Nel 2003, anno in cui fu firmato il trattato di pace che mise fine a 14 anni di guerra civile, c’erano solo 51 medici e un sistema infrastrutturale disastrato. In questi anni di ricostruzione, la Liberia guidata dall’economista Ellen Johnson Sirleaf, Nobel per la pace 2011, sta facendo passi da gigante con la costruzione di un sistema diffuso di dispensari sanitari nelle zone rurali del paese. Il virus in tutta la sua virulenza ha oscurato quanto di buono si sta facendo. Le tragedie in Africa si diffondono più velocemente delle buone notizie.

Il Sole 24 Ore – 21 agosto 2014 

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