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Lega, siluro a Bossi. E Maroni lancia Tosi premier. Mozione per sfiduciare il Senatur da presidente a vita

Il segretario non la fa votare: «Tocca al congresso federale». Accade a Vicenza l’impensabile. O almeno l’impensabile fino ad un anno fa, quando nonostante i diamanti e le lauree albanesi Umberto Bossi era ancora «il fondatore», «il padre nobile», «il Presidente a vita».

Perché dal congresso dell’estate 2012, quello che ha incoronato Roberto Maroni segretario federale ed elevato con lui ai vertici tutti la new generation padana, da Flavio Tosi a Matteo Salvini, le antiche usanze del Carroccio sono state stravolte a tal punto che perfino Sandro D’Incau, fino a ieri oscuro segretario della sezione di Feltre, può azzardare di tirar giù il simulacro: «Va eliminata la carica a vita di natura non elettiva creata appositamente per il socio ordinario militante Umberto Bossi», scrive in una mozione, una carica «non corretta in considerazione dei fatti avvenuti in questi anni», anche perché va allontanato «il concetto che la Lega è un movimento politico di proprietà di Bossi». Insomma, siamo al «bossicidio».

Ora, nessuno è così ingenuo da pensare che D’Incau sia partito lancia in resta senza la rassicurazione di una totale copertura ma sbaglia chi pensa che la mozione discussa ieri all’assemblea nathional di Vicenza (ma non votata perché le modifiche statutarie sono di competenza del congresso federale, che potrebbe celebrarsi già a dicembre) sia la reazione a caldo di Tosi alle parole di Bossi sul suo presunto disinteresse per le donne. In realtà è una vendetta a freddo, l’atto finale di una guerra tra i due che parte dallo «stronzo» vibrato dall’allora Grande Capo al «morto che cammina» e arriva al serafico «Ho rispetto di una persona malata, mi detesta perché sono un uomo libero» del sindaco di Verona, che tanto morto non è visto che si candida a premier via primarie del centrodestra. Ieri, fuori dal teatro comunale di Vicenza, non si parlava d’altro: i giovani premevano («Se dobbiamo tenerci Bossi allora vogliamo anche l’accompagnatoria»), i vecchi si lambiccavano («Non è che stiamo esagerando?»). Luca Zaia: «Chi pensa di tappare la bocca a Bossi togliendogli la carica, non conosce Bossi. Premesso che non ho negoziato io all’epoca la presidenza a vita per lui e non ero io a glorificare il padre nobile, rispetto il diritto di chi ha presentato la mozione a metterla ai voti al congresso. E ricordo che la Lega non è di Bossi, ma neppure di chi pensa che la successione nel partito sia per sangue». Scettico anche Federico Caner («Non condivido questo affondo contro Bossi anche se va chiarito che lui non ha la wild card per insultare tutti») mentre Massimo Bitonci chiede sibillino di emendare il testo: «Sono pronto a votarlo se si aggiungerà anche il divieto di cumulo degli incarichi. Qui c’è gente che ha tre-quattro poltrone… Seguano l’esempio di Maroni, che sta rinunciando alla segreteria per fare il governatore». Gli «uomini di Flavio», invece, sono tutti con lui: Maurizio Conte spiega che «non è una modifica contro Bossi ma per il bene della Lega, diamogli un ruolo onorario, non operativo», mentre per Leonardo Muraro «le cariche eterne sanno di Soviet anni Sessanta». Non va giù, oltre «all’insulto libero», che il Senatur rivendica per sé, anche il suo diritto di veto sui provvedimenti disciplinari. A sera, quando ancora la mozione non è stata affrontata, arriva al teatro di Vicenza anche Maroni che prova a mettere la sordina alle polemiche: «Stasera non si discuterà e voterà alcuna mozione che modifichi lo statuto, perché la competenza è del congresso federale che, confermo, faremo prima della fine dell’anno». Poi avverte: «Le beghe interne mi interessano meno di una partita a briscola, dobbiamo smetterla di farci del male perché mentre noi guardiamo al passato, il mondo va avanti». Il leader leghista benedice poi la corsa di Tosi a premier: «La condivido in pieno, vuol dire che ha capito che c’è bisogno di novità, soprattutto nel centrodestra dove ci attende un grande sconvolgimento». Cosa accadrà nel Pdl quando Berlusconi si sarà fatto da parte?. Anche la fondazione va nella direzione giusta, «quella di riportare gli elettori di centrodestra a votare e di conquistare voti fuori dal nostro schieramento. Non è assolutamente contro la Lega». Lui, però, il 6 ottobre al Palabam di Mantova non ci sarà: «Ho altri impegni».

Marco Bonet – 17 settembre 2013 

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