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Lega, Tosi cancella «bossiani» largo a fedelissimi e volti nuovi

In corsa per Roma consiglieri comunali e segretari di sezione. I carnefici lo chiamano «rinnovamento». Le vittime, «epurazione». Il risultato è sempre quello.

La vecchia guardia cresciuta negli ultimi vent’anni all’ombra di Umberto Bossi, da Gianpaolo Dozzo a Stefano Stefani, può dire addio al parlamento e, con lei, pure la cantera bossiana che dopo un solo mandato (uno e mezzo se si vuol tener conto anche della legislatura 2006-2008) finisce col pagare cara, più che la vicinanza al Senatur, la non-appartenenza alle nuove schiere dei «barbari sognanti» (si pensi, ad esempio, al senatore trevigiano Gian Paolo Vallardi, ricandidato 12mo al Senato).

I pochi posti al sole a disposizione della Lega sono dominati dagli esordienti, volti nuovi a tal punto che in qualche caso risultano sconosciuti agli stessi colonnelli. La selezione, lamentano gli esclusi, è avvenuta «nelle segrete stanze», al termine di un confronto che ha visto protagonisti il segretario federale Roberto Maroni (preso più dalla corsa a governatore in Lombardia che dalle Politiche, che lo stesso Carroccio dà già per perse) ed il segretario nathional Flavio Tosi: «Hanno tenuto le liste nascoste fino all’ultimo – ha tuonato la deputata padovana Paola Goisis, non ricandidata – perché temevano la rivolta della base». E però, a ben vedere, non andava forse così anche quando in sella c’era il duo Bossi-Gobbo? In passato ci saranno anche stati i direttivi provinciali ed i consigli nazionali, ma alla fine era in via Bellerio che «l’Umberto» indicava: «Questo sì, questo no», anche in quel caso elevando a deputati misconosciuti candidati e punendo gli «infedeli alla linea». A sorprendere, semmai, è proprio questo: l’annunciato cambiamento della Lega 2.0 si risolve nell’appuntamento più delicato in un dejà vu ed anzi, a spulciare la memoria si rintracciano larghi tratti del copione già visto dopo l’altra grande rivoluzione padana, quella del 1998. Anche in quel caso, protagonista colui che poi sarebbe diventato il padre padrone della Liga veneta, Gian Paolo Gobbo (sarà lo stesso per Tosi?), il movimento si rimise in piedi dopo una frattura dolorosa, la diaspora dell’ex segretario Fabrizio Comencini, puntando su nomi magari di scarso appeal e però in grado di garantire la massima fedeltà al nuovo corso, costasse pure prendere il 4% alle Politiche del 2001 dopo aver sfiorato il 30% a quelle del 1996. «Vedremo i risultati – chiosa non a caso il deputato veneziano Corrado Callegari, ricandidato al 12mo posto alla Camera – mi aspetto numeri all’altezza dei precedenti». In realtà Callegari sa benissimo che Tosi avrà gioco facile a spiegare una percentuale magra il 25 febbraio: dopo gli scandali che hanno coinvolto la famiglia Bossi, i disastri di Belsito & co., i diamanti e mettiamoci pure l’accordo in extremis con Berlusconi, per la Lega tutto quel che arriverà sarà manna dal cielo. Dirimente, semmai, sarà la sfida in Lombardia: che ne può essere di un segretario federale sconfitto alle elezioni su cui ha puntato tutto? Tant’è, in Lega non c’è soltanto chi si lamenta: «Tosi non ha tradito le nostre aspettative, presentando una squadra totalmente rinnovata – scrive su Facebook il presidente della Provincia di Treviso Leonardo Muraro -. La coerenza e la determinazione non gli mancano». Gli fa eco l’assessore regionale all’Ambiente Maurizio Conte: «Non si è trattato di resa dei conti ma la base chiedeva un passo a lato da parte di coloro che già si erano spesi in precedenti governi. Il “careghismo” non è malattia del Carroccio». Anche il governatore Luca Zaia tira secchiate d’acqua sul fuoco: «Quella tra bossiani e maroniani è una divisione che in Veneto non esiste, perchè qui i fondamentalisti che continuano la vecchia linea si possono contare sulle dita di una mano. Se la strategia sarà vincente, il consuntivo lo faremo solo alla fine».

E veniamo ai candidati, partendo dal presupposto che la proiezione è di 4 eletti al Senato (7 se il centrodestra vincerà la competizione su base regionale, con relativo premio), 5 alla Camera Veneto 1 e 3 alla Camera Veneto 2 (nel 2008 i senatori furono 7 ed i deputati 16). Al Senato è capolista Massimo Bitonci, deputato uscente, ex sindaco di Cittadella, sfidante di Tosi al congresso, l’unico lealista che si è salvato dallo tsunami; dietro di lui ci sono Patrizia Bisinella, consigliere comunale e segretario di sezione a Castelfranco, Raffaela Bellot, capogruppo a Pedavena, la deputata uscente di Rovigo Emanuela Munerato, il vice sindaco di Trissino Erika Stefani, il vice capogruppo in Regione Paolo Tosato, il sindaco di Tombolo Franco Zorzo. Alla Camera Veneto 1 è capolista il deputato uscente di Verona Matteo Bragantini, seguito da Filippo Busin, ex assessore a Thiene, Roberto Caon, capogruppo d’opposizione a Vigonza, dalla deputata uscente di Verona e sindaco di Arcole Giovanna Negro, dal consigliere comunale di Bassano Luciano Todaro e dal consigliere provinciale di Verona Ivan Castelletti. Infine, la Camera Veneto 2: capolista è il sindaco di Cornuda Marco Marcolin, quindi l’assessore della Provincia di Venezia e segretario del Veneto Orientale Emanuele Prataviera, il vice segretario di Treviso Arnaldo Pitton, il consigliere comunale di Cappella Maggiore Loris Da Ros e la deputata uscente di Scorzè Sabina Fabi.

Marco Bonet – Corriere del Veneto – 22 gennaio 2013

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