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L’epidemiologa Salmaso: “Se non si riducono i contagi l’iniezione anti-virus diventerà inutile. Senza precauzioni potremmo assistere al paradosso della curva che comincia a salire”

Repubblica. Il tempo necessario a piegare l’epidemia non dipenderà solo dall’efficacia del vaccino. Il 90% e oltre di Pfizer e Moderna è un buon punto di partenza. «Ma se l’indice R resterà alto, se gli scettici saranno numerosi e se l’iniezione verrà interpretata come un lasciapassare per una vita senza cautele, allora non riusciremmo ad arginare la circolazione del virus» spiega Stefania Salmaso, epidemiologa e componente del nuovo comitato scientifico dell’Aifa (Agenzia italiana del farmaco) per la sorveglianza dei vaccini contro il Covid. «Potremmo addirittura assistere a un effetto paradosso. Se la falsa sicurezza dell’iniezione ci facesse abbandonare cautele, distanze e mascherine, i contagi potrebbero addirittura risalire con il vaccino».
Quindi non è scontato che chiuderemo i conti con la pandemia?
«Non sappiamo se il vaccino blocca solo i segni clinici o impedisce anche l’infezione. Nel primo caso i vaccinati resterebbero potenziali anelli della catena di trasmissione. Dovrebbero mantenere mascherine e precauzioni e non raggiungeremmo l’immunità di gruppo o di gregge.
Riusciremmo però a evitare i casi seri di malattia, riducendo il dato drammatico delle vittime, alleggerendo le terapie intensive e permettendo al sistema sanitario di curare anche gli altri malati. Sarebbe comunque un grosso passo avanti e i dati in questo senso sono incoraggianti. Nei test di Pfizer, pubblicati sul New England Journal of Medicine , fra i circa 21 mila volontari che hanno ricevuto il vaccino ci sono stati 8 contagi. Fra i 21 mila volontari che hanno avuto il placebo i contagi sono stati 162. Una differenza enorme. Il 40% degli arruolati aveva più di 55 anni e ha risposto bene. Buon segno anche per gli anziani».
Perché non riservare le prime dosi ai giovani, il motore dell’epidemia?
«Perché gli anziani stanno pagando un prezzo enorme. Tutti i paesi hanno scelto di dare la priorità a loro, i più vulnerabili, e agli operatori sanitari, i più esposti. Pensare di immunizzare prima i giovani avrebbe senso se fossimo sicuri che il vaccino blocca l’infezione. Ma questa informazione ancora ci manca. Le sperimentazioni di Pfizer hanno coinvolto 42 mila volontari. Troppi per fare i tamponi in tempi rapidi anche agli asintomatici».
Quando avremo l’informazione?
«Dopo l’inizio della campagna vaccinale l’Aifa farà studi ad hoc per monitorare categorie particolari, ad esempio donne che allattano o chi ha determinate malattie. E cercheremo anche di capire se i vaccinati restano contagiosi. Un approccio potrà essere cercare nel sangue gli anticorpi contro proteine diverse da quella contro cui è rivolta la risposta immune del vaccino: la spike, la punta della corona. Se troviamo anticorpi diversi da quelli indotti dal vaccino, vorrà dire che c’è stata un’infezione».
Con i colleghi dell’Associazione italiana di epidemiologia (Aie) lei spiega che il successo del vaccino dipende anche dall’indice di contagio R. Se per esempio è 1,6, l’immunità di gruppo si raggiunge con il 38% di immuni.
Se R è 2 la quota sale al 50%. Perché?
«Perché più alta è la quantità di virus in circolazione, più è difficile arginarlo. Il morbillo ha un R altissimo, 18. Per questo occorre immunizzare il 95% della popolazione. Con il Covid dobbiamo tenere conto che il vaccino non è efficace al 100% e non tutti vorranno farlo. Un indice R molto alto potrebbe richiedere di immunizzare il 70-80% della popolazione. Un obiettivo difficile da raggiungere in un anno».
Quanto peserà lo scetticismo?
«In un sondaggio dell’Imperial College pubblicato a novembre, il 52% degli italiani si dice pronto a fare il vaccino subito».
Assai poco.
«Con il tempo diventeremo più informati, l’autorizzazione dell’Ema ci darà fiducia. Sono convinta che le persone, a parte qualche sacca limitata di dissenso, si riveleranno consapevoli della posta in gioco. Sarà anche importante spiegare ai vaccinati che non dovranno abbandonare le precauzioni, anche perché l’immunità diventa effettiva una settimana dopo la seconda dose, che va somministrata 4 settimane dopo la prima. C’è poi una percentuale di persone in cui il vaccino non sarà efficace. E resta il rischio di contagiare gli altri. No, non dovrà essere un libera tutti».
Anche la nostra disciplina di Natale quindi influenzerà l’effetto dei vaccini?
«Sì, il virus sta circolando molto nelle famiglie, che potrebbero decidere di incontrarsi per le feste. Le misure dei dpcm hanno rallentato i contagi fra i giovani, ma non possono eliminare i contatti in casa. Per questo la discesa della curva è così lenta. È accaduto anche a marzo, quando il lockdown ci ha fatto raggiungere un plateau, che però si è mantenuto alto per settimane, mentre il virus continuava a circolare fra conviventi. A Natale mettere a contatto famiglie diverse potrebbe amplificare questo effetto e far risalire l’indice R».
Il virus familiare è anche quello che causa più vittime?
«È possibile, se in casa si incontrano generazioni diverse e gli anziani restano infettati. Nelle ultime due settimane l’Aie ha visto scendere i contagi nella popolazione generale.
Ma negli over 84, e solo in quella fascia, hanno avuto un aumento enorme. Per questo vediamo calare il numero dei positivi ma non, purtroppo, quello delle vittime».

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