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«Flessibilità, le risorse dai tagli alla spesa». Morando: la prossima manovra non sarà una passeggiata. «Contiamo di disinnescare gli aumenti automatici dell’Iva»

Enrico Morando, viceministro dell’Economia, ha già un’idea generale della legge di Stabilità che aspetta il governo dopo il compromesso di questi giorni con Bruxelles: «Non sarà una passeggiata», dice.

Dall’esterno potrebbe apparire che non sia esattamente difficile evitare una procedura del «fiscal compact» europeo per eccesso di deficit o di debito. La vigilanza sulla finanza pubblica nell’area euro a volte sembra un rito annuale senza costrutto, prima magari che un suo fallimento sprigioni una nuova ondata di stress sui mercati finanziari. Ma dietro i formalismi di Bruxelles, c’è sempre il rischio di perdere di vista la sostanza. Il «semestre europeo» di sorveglianza sui conti pubblici sta per vivere un passaggio decisivo: tra due giorni la Commissione Ue pubblica le raccomandazioni per ciascuno dei Paesi dell’Unione Europea, sulla base di quanto fatto fin qui e dei programmi futuri.

Per il governo di Matteo Renzi sarà una giornata senza traumi, a prima vista: l’esecutivo guidato da Jean-Claude Juncker è orientato a non proporre una procedura contro l’Italia, anche se il debito non scende e il deficit «strutturale» (ossia al netto delle misure una tantum e delle fluttuazioni della congiuntura economica) compie un balzo verso l’alto quest’anno e di fatto non cala nel prossimo. Si è trattato di una scelta compiuta al vertice. Su di essa non mancano riserve all’interno stesso della Commissione Ue, dove il responsabile per l’euro Valdis Dombrovskis e altri pensavano a un approccio meno malleabile.

In contropartita però da Bruxelles si presenteranno all’Italia alcune condizioni, perché si confermi nei prossimi mesi la disponibilità a non aprire una procedura del «fiscal compact»: il deficit l’anno prossimo dovrà scendere all’1,8% del reddito lordo. Ciò implica che in legge di Stabilità, al varo in ottobre, l’Italia presenti una correzione di bilancio da una decina di miliardi. Ora il governo deve decidere se, e per quali obiettivi, vale la pena di sfidare ancora più a fondo le regole dell’Unione Europea.

La prossima legge di Stabilità «non sarà una passeggiata», come dice Morando, se il compromesso di questi giorni resterà valido in autunno. Il viceministro ricorda che il punto d’equilibrio per ora trovato fra l’Italia e la Commissione Ue «conferma che siamo sulla buona strada» e «la direzione del governo è quella giusta». A parere di Morando in questa soluzione sulla «flessibilità» di bilancio c’è anche un messaggio più ampio per tutta l’area euro. «Si è aperta una discussione in Europa su come va calcolato l’indebitamento strutturale — osserva il viceministro —. Non è più solo l’Italia a chiedere un approccio meno pregiudiziale».

Niente di tutto questo significa che il governo possa disinteressarsi di qualunque vincolo europeo. Poiché un obiettivo di deficit all’1,8% del Pil nel 2017 implica un’effettiva correzione di bilancio, si tratta di capire se e come arrivarci. Secondo Morando, non va fatto tramite gli aumenti automatici dell’Iva già previsti nella legge di bilancio in vigore, nel caso in cui gli obiettivi di deficit vengano mancati. «Contiamo di disinnescare completamente quelle clausole», spiega.

C’è invece spazio per agire soprattutto sul fronte della spesa pubblica, aggiunge il viceministro. Ad esempio il decreto legge sulle società partecipate dallo Stato, inserito nella riforma della Pubblica amministrazione, contiene provvedimenti che possono portare a risparmi sostanziali nei prossimi due anni. Purtroppo però niente di tutto questo è già quantificato, in modo da poterne misurare l’impatto sulla spesa pubblica.

La principale fonte d’incertezza è però altrove: qualunque progetto si prepari al ministero dell’Economia, a Palazzo Chigi l’attuale compromesso con Bruxelles non sembra altrettanto vincolante. Viene visto più come il modo per prevenire una procedura Ue nell’immediato, che come un impegno da mantenere in ogni evenienza. Nell’ufficio del premier è evidente la riluttanza a varare provvedimenti che pesino sull’economia anche solo nel breve periodo. A maggior ragione se la ripresa dovesse restare debole e l’inflazione sotto zero. «Niente più misure recessive», è il mantra dei collaboratori del presidente del Consiglio.

L’autunno prepara dunque una nuova fase delicata: fra Roma e la Commissione Ue e forse anche all’interno dello stesso governo. Nel frattempo rischia di avviarsi verso una graduale ritirata l’attuale piano di acquisti di titoli di Stato da parte della Banca centrale europea. Ma, come ricorda Paolo Mauro del Peterson Institute for International Economics, sarebbe più sicuro arrivare a quel momento con il debito pubblico in calo. Per ora, non lo è.

Federico Fubini – Il Corriere della Sera – 16 maggio 2016 

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