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Quel parmigiano fermo al semaforo. Nelle etichette il rosso stoppa i prodotti ricchi di sale, zuccheri e grassi. Da Londra alla Scandinavia, così viene bocciata la dieta mediterranea

Caterina e Giorgio Calabrese. Mentre agli incroci delle strade i vecchi semafori vengono aboliti e sostituiti dalle più democratiche rotonde alla francese, il comparto del cibo li istituisce per indirizzare i consumatori utilizzando i loro caratteristici colori. I primi furono gli inglesi mettendo la luce rossa fissa (red light) sul parmigiano, sul latte e sull’olio extravergine.

Un danno per i nostri benemeriti prodotti e per la buona salute dei cittadini inglesi e dei milioni di turisti che ogni anno si recano nella bella Gran Bretagna. Bruxelles, recependo le nostre motivazioni scientifiche, ha provveduto a sanzionare l’Inghilterra imponendo l’abolizione dei semafori, ma il Regno Unito non desiste, anzi ha trovato nuovi partners capaci di appoggiare e sostenere la sua industria. In pratica, nonostante la condanna (senza sanzioni; questo è il vero problema), i semafori non sono mai stati spenti, anzi. Dopo il caso dei semafori britannici a rischio d’infrazione Ue, ora lampeggiano anche quelli scandinavi e francesi. Nelle etichette a semafori esiste da qualche tempo un sistema a colori rosso, giallo e verde, con la dicitura alto, medio o basso in riferimento alla quantità di sale, zuccheri e grassi presenti negli alimenti.

Con questo sistema tutti i prodotti principali della Dieta Mediterranea, come Parmigiano Reggiano, prosciutto di Parma, olio extravergine d’oliva, pasta e sughi, vengono colpiti dai bollini rossi indicanti pericolo per la salute degli inglesi. Ma in realtà è il loro mancato consumo a minare davvero la buona salute. Se la Commissione Europea non avrà la forza di andare uno in fondo con Londra, si darà il chiaro segnale che l’Europa legifera ma non impone, lasciando che ogni Paese membro (ma non tutti) sia libero di fare ciò che vuole, senza dover rendere conto a nessuno degli altri 27 Stati fratelli. Solo pochi giorni fa, la Commissione Sicurezza Alimentare del Parlamento Europeo ha messo in discussione il fondamento scientifico di queste valutazioni inglesi chiaramente errate. Non si è ancora sopita la querelle che ha portato alla bocciatura dell’etichetta a semaforo che viene lanciato un altro allarme, cioè che anche in Francia si sta spingendo per inserire un sistema di etichettatura a 5 colori m un progetto di legge del ministero della Salute; anche se, a dire il vero, finora il Governo transalpino ha resistito. Infine, in Scandinavia, hanno trovato un altro escamotage nell’apporre sulle confezioni il logo volontario, basandosi sulle linee guida nutrizionali interattive di Svezia, Norvegia, Danimarca e Islanda: dallo scorso 1° marzo gli alimenti devono rispettare livelli ancora più bassi di sale, zucchero e grassi saturi. Intenti ottimi, ma soluzioni pessime per giungere veramente al risultato salutista perché alla base di tutto ciò appare evidente che ci siano prevalenti interessi economici che etici e di prevenzione delle malattie. Una evidente contraddizione con il sistema delle Denominazioni Europee (l’Italia ha 269 Dop), che riconosce bontà e sicurezza degli alimenti.

Sette (Corriere della sera) – 15 maggio 2015

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