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Lombardia, coprifuoco dalle 23. La richiesta dei sindaci e di Fontana, l’ok di Speranza. Stop ai centri commerciali nel weekend. Lo scenario degli esperti (che avrebbero voluto di più)

La Lombardia ha chiesto, e ottenuto dal governo, il coprifuoco dalle 23 alle 5. Si parte giovedì sera, nella notte vietati tutti gli spostamenti. Centri commerciali chiusi nel fine settimana, restano aperti gli alimentari. La richiesta è arrivata da tutti i sindaci lombardi e dal governatore Fontana. Ma gli esperti avrebbero voluti di più. 

Come Cenerentola ma con un’ora di anticipo. La Lombardia ha deciso il coprifuoco dalle 23 alle 5 di mattina a partire da giovedì. Da quell’ora saranno vietate tutte le attività e gli spostamenti se non per motivi eccezionali. Esattamente come è successo durante il lockdown. Si potrà uscire di casa solo per motivi di salute, lavoro e comprovata necessità. La proposta è stata sottoposta alla condivisione del governo perché la limitazione degli spostamenti non può essere fissata da una semplice ordinanza regionale. Ci vuole anche la firma del ministro della Sanità, Roberto Speranza che nei giorni scorsi si è confrontato con il governatore lombardo Attilio Fontana e il sindaco di Milano, Beppe Sala e ha già dato il suo assenso. «Sono d’accordo sulle ipotesi di misure più restrittive in Lombardia — ha detto il ministro — Ho sentito il presidente Fontana e il sindaco Sala e lavoreremo assieme in tal senso nelle prossime ore». «È un’iniziativa opportuna e simbolicamente importante ma che non dovrebbe avere delle conseguenze economiche particolarmente gravi. L’Italia non può permettersi un nuovo lockdown» commenta Fontana. Un’altra proposta sul tavolo, ma che è nella diretta potestà della Regione riguarda la chiusura della media e della grande distribuzione nei giorni di sabato e domenica, esclusi gli esercizi di generi alimentari e di prima necessità. Sul provvedimento ci sono però delle posizioni contrastanti.

Due ore e mezza di vertice a Palazzo Lombardia. Assieme al padrone di casa, il governatore Fontana, i sindaci dei capoluoghi lombardi, molti dei quali collegati online, mentre il primo cittadino di Milano, Sala è in presenza. Ci sono anche i capigruppo dei partiti di maggioranza e di opposizione. Si ragiona sui dati forniti dal Comitato tecnico scientifico. La curva dell’escalation dei contagi nella regione e in particolar modo a Milano, Varese e Monza è impressionante. La previsione della «Commissione indicatori», struttura del Welfare regionale, indica che al 31 ottobre, ossia tra poco meno di due settimane, potrebbero esserci 600 ricoverati in terapia intensiva e fino a 4mila in terapia non intensiva. Proprio sulla base di questi numeri le richieste del Comitato tecnico scientifico erano molto più stringenti rispetto alle decisioni prese al termine della riunione. Gli scienziati avevano proposto che il coprifuoco scattasse alle 21 e il blocco degli esercizi commerciali alle 18. L’altra questione aperta era se il provvedimento di coprifuoco dovesse riguardare solo le città più esposte all’epidemia come Milano, Varese e Monza con restrizioni più severe o dovesse essere esteso a tutto il territorio in forma più mitigata, come ha sostenuto Sala. Alla fine ha prevalso la decisione di estendere il coprifuoco all’intera Lombardia anche per evitare che un «milanese» prenda l’auto e si trasferisca a 30 chilometri di distanza, in un’altra provincia, per aggirare il divieto prescritto dall’ordinanza.

«Sono scelte drastiche che non si possono escludere nel momento in cui vogliamo tutti evitare un nuovo lockdown generalizzato e salvaguardare insieme scuola e lavoro» ha commentato il primo cittadino di Bergamo, Giorgio Gori.

«A fine mese 4 mila ricoveri e 600 in terapia intensiva». Lo scenario degli esperti (che avrebbero voluto di più)

Stavolta hanno deciso i numeri. Al tavolo con il governatore Attilio Fontana ci sono i sindaci lombardi. Hanno in mano i report che il Cts regionale ha elaborato. Gli scenari virano al brutto: si parla di un orizzonte di 600 persone, dai 113 di oggi, in rianimazione entro fine mese e di 4 mila ricoverati negli altri reparti Covid. Non c’è molto da discutere e nasce la stretta rispetto alla «strettina» del Dpcm.

Una decisione che ha due facce. Per la politica è coraggiosa, sofferta per gli asset sociali, ma necessaria. Per i tecnici che da giorni battono i numeri sul tavolo, è meglio di niente. Perché avrebbero voluto di più: «Ora non c’è un minuto da perdere e serve cambiare marcia. Mi chiedo se possa bastare chiudere la città per un quarto di giornata, quella tra l’altro meno trafficata — dice Antonio Pesenti, coordinatore dell’unità di crisi lombarda per le rianimazioni —. In Germania, Angela Merkel è andata in tv e ha chiesto a tutti di stare a casa. Solo che qui se lo dico solo io non mi crede nessuno».

Ma la richiesta di coprifuoco, partita dalla Regione e avallata da tutti i sindaci, è comunque una scelta coraggiosa, perché in anticipo rispetto ad altre regioni dove il contagio corre proporzionalmente anche più veloce. Ma è la densità abitativa di una metropoli come Milano, con l’Rt lievitato negli ultimi giorni fino a 2,34, a fare paura e non consentire rinvii. Un dato, quello che traccia la velocità del contagio che si riferisce a mercoledì scorso e che quindi è destinato a salire.

Il caso. L’Ats locale non riesce a seguire tutti i contagi: chi sospetta contatti a rischio stia a casa

Così nasce la decisione, sommando tanti e troppi punti critici. Il report con la proiezione dei ricoveri è solo l’apice di una piramide complessa. Perché da giorni, soprattutto a Milano, ma anche a Monza e Varese i numeri sono lievitati al punto di far saltare il lavoro decisivo di tracciamento. «Chi sospetta di aver avuto un contatto a rischio o sintomi stia a casa», ha detto, sollevando un polverone politico, il direttore sanitario dell’Ats milanese Vittorio Demicheli. Con una media di 1.500 positivi al giorno solo nell’area di Milano, impossibile intervistare tutti per risalire ai contatti stretti da isolare e spedire a fare un tampone.

L’altro appello forte e chiaro si era alzato negli ultimi giorni dai Pronto soccorso. Un’onda improvvisa, dopo un’estate e un settembre tutto sommato tranquilli. La coda di ambulanze di pazienti che spesso necessitavano un ricovero per problemi respiratori. La necessità di trovare e riconvertire letti negli ospedali. Un tetris molto più gestibile rispetto ai tempi di marzo, quando la pandemia sorprese alle spalle la logistica degli ospedali. Ma numeri a cui i reparti non erano più abituati. In particolare per le degenze ordinarie, dato che per arginare la crescita dei pazienti intubati si sta preparando la riapertura dell’ospedale Covid costruito in Fiera. Sembrava un lusso, ora non lo è più, dal momento in cui raggiunta la soglia dei 150 ricoveri in rianimazione si riapriranno i battenti. Ci sono gli spazi e le macchine, si sta iniziando a reclutare il personale sanitario negli altri ospedali della Regione. Ci sono 158 letti che progressivamente si potranno destinare ai malati più gravi e 60 per i trattamenti sub-intensivi. A marzo si mandavano i malati gravi in Germania. Ora l’impianto c’è, anche se le proiezioni più nere del Cts lasciano intravedere la necessità di altri letti oltre a quelli della Fiera. Ma soprattutto nessuno adesso si può più permettere che l’onda diventi troppo grande da costringere a rivedere quel brutto film già visto. Così si spengono le luci alle 23. Un segnale alla città da bere. Sembra tardi, ma qui per molti è l’alba.

 

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