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«Sulle pensioni il governo fa terrorismo». Per l’ex sottosegretario Brambilla non c’è alcun buco: «Il sistema è in equilibrio, un errore spaventare giovani e anziani»

Alberto Brambilla, presidente di Itinerari Previdenziali, direttore del master Liuc, è stato anche sottosegretario al Welfare.

Professore, lei è uno dei massimi esperti di pensioni in Italia: dieci giorni fa “Milano Finanza” titolava «Il pericolo Boeri». C’è da aver paura?

«Sono portato a non personalizzare mai le situazioni. Quello che rilevo è che si sta parlando troppo di pensioni e spesso in modo poco corretto e che la politica in questi ultimi anni ha fatto parecchi pasticci sull’argomento. L’effetto è che anziché tranquillizzare i cittadini in un momento in cui finalmente s’intravvede una ripresa dell’economia, li abbiamo proprio spaventati tutti: i pensionati che sono preoccupati per le loro pensioni messe in discussione con ipotesi di riduzioni, ricalcoli e così via. I lavoratori attivi e soprattutto i giovani ai quali andiamo dicendo che avranno pensioni da fame. Il risultato così è il peggior viatico per una ripresa: i pensionati, non sapendo se sono d’oro o d’argento, nella loro saggezza di anziani risparmiano alla faccia dell’auspicato aumento dei consumi; i giovani cercano di versare il meno possibile in contributi tanto gli hanno detto che avranno pensioni modeste».

Secondo lei è possibile ricalcolare tutte le pensioni in essere con il metodo contributivo?

«Il ricalcolo delle pensioni retributive con il metodo contributivo che abbiamo introdotto nel 1996, pur se tecnicamente possibile ma non per tutti i lavoratori presenta alti rischi. Un esempio: se la legge consentiva il pensionamento al 70% dell’ultimo stipendio a 53 anni di età, oggi cosa facciamo? Prendiamo il coefficiente contributivo pari a 53 anni? Ma con quale aspettativa di vita? E a conti fatti cosa facciamo? Riduciamo le pensioni, soprattutto quelle basse di oltre il 40%? Ma con questi importi e a queste condizioni, si può obiettare, il soggetto non sarebbe andato in pensione ma avrebbe continuato a lavorare».

E se decidessero di trasformare in contributivo anche i trattamenti che riceveranno i lavoratori che possono godere del sistema misto e gli ultimi del retributivo? Di che platea stiamo parlando?

«Per quanto riguarda gli attuali lavoratori possiamo dire che circa 10 milioni sono contributivi, cioè puri soggetti che hanno iniziato a lavorare dal primo gennaio 1996 e quindi avranno la pensione in base ai contributi versati. Piuttosto che fare allarmismi sarebbe bene che politici e sindacati spiegassero a questi lavoratori che la loro pensione dipenderà solo dai contributi versati e non avranno più le integrazioni al minimo, le maggiorazioni sociali, e altre misure per arrotonparte notevole del problema. Poi consentirei il pensionamento flessibile tra i 63 e i 70 anni e 35 anni di contribuzione, con un sistema di penalizzazioni permanenti a carico dei lavoratori e non come dice qualche politico, a carico delle pensioni alte. A questi giovani, che parlano molto e studiano poco consiglierei di approfondire il problema prima di dare soluzioni da bar; a meno che siano peggio della vecchia politica che per aumentare i consensi regalava pensioni a tutti. Non potendolo fare oggi promettono altri tipi di pensioni stimolando anche qualche vecchio marpione politico a prometterle pure lui».

Libero – 9 giugno 2015 

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