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Miele, ok del Cdm al decreto che recepisce la nuova direttiva europea. Il polline è “componente naturale” non ingrediente

miele vasettiIl Consiglio dei ministri ha approvato ieri il decreto legislativo di attuazione della direttiva europea 2014/63 che riguarda il miele. Con un po’ di ritardo, visto che la nuova norma andava recepita e applicata entro il 24 giugno scorso (e per questo motivo il nostro Paese è andato in procedura d’infrazione). Cosa cambia concretamente per i consumatori? Dal punto di vista dell’etichettatura molto poco. L’Italia già in precedenza non si era avvalsa della facoltà, consentita dalla normativa europea, di prevedere un’indicazione generica nel caso di miscele di miele proveniente da più Paesi dell’Unione europea. E dunque da noi resta in vigore l’obbligo per i produttori italiani di indicare il Paese di origine in cui il miele è stato raccolto anche quando si tratta di miscela di mieli provenienti da più Paesi, ai fini di un’informazione più trasparente.

L’impatto più ‘dirompente’ della direttiva 2014/63 (che modifica la precedente normativa europea del 2001) consiste invece nell’ascrizione del polline tra i “componenti naturali” del miele e non come “ingrediente”, ossia una sostanza utilizzata nella fabbricazione o nella preparazione di un alimento e ancora presente nel prodotto finito. Da ciò deriva che la presenza di polline Ogm dovrà essere segnalata in etichetta soltanto se superiore allo 0,9% (tenendo presente che, in linea di massima, la presenza del polline nel miele si aggira attorno allo 0,5%).

Da tempo Coldiretti critica questa impostazione e lo ribadisce nuovamente all’indomani dell’approvazione della norma in Cdm: “Esprimiamo notevole disappunto per l’orientamento assunto dall’Ue – afferma l’associazione dei coltivatori diretti – in quanto definire il polline un ingrediente, invece che un componente naturale del miele, determina che il rispetto della soglia dello 0,9 per cento si debba calcolare sulla quantità del singolo ingrediente e non sulla quantità totale di miele. Ad esempio, in un vasetto di miele da 1 kg che contiene in totale un grammo di polline, se il polline è considerato componente naturale del miele stesso, l’obbligo di etichettatura si applica solo con la presenza di ben 9 grammi di polline transgenico e, quindi ciò non avverrebbe praticamente mai anche se tutto il polline fosse transgenico”.

Ma in realtà gli apicoltori la pensano esattamente all’opposto. Il perché ce lo spiega Raffaele Cirone, presidente della Federazione apicoltori italiani (Fai): “La direttiva comunitaria precedente, quella del 2001, è stata messa in discussione da quella del 2014, appena recepita dal nostro governo. Ma dobbiamo fare un passo indietro. Nel 2011 un pronunciamento della Corte di Giustizia europea diede ragione a un apicoltore tedesco, il cui miele era stato contaminato suo malgrado da una coltivazione di mais che confinava con i suoi alveari. I giudici comunitari stabilirono così che il miele e gli integratori alimentari contenenti polline derivato da un Ogm non potevano “essere immessi in commercio senza previa autorizzazione”. Da qui l’esigenza di modificare la norma europea, stabilendo con chiarezza se il polline fosse un componente naturale o un ingrediente e stabilire di conseguenza delle soglie di tollerabilità sicure per la salute umana. La materia è stata dibattuta in Parlamento Ue, che ha votato la nuova formulazione a maggioranza ed è stato approvato il testo della nuova direttiva del 2014 che definisce il polline come componente naturale”.

Per gli apicoltori, dunque, la polemica non ha ragione d’essere. Basta riepilogare brevemente come si produce il miele: “Mettiamo che un apicoltore abbia i suoi alveari in un campo – continua Cirone – Le api bottinano un’area circostante, visitano fiori e tutto ciò che c’è sul territorio e raccolgono elementi per produrre il miele. È frequente nel processo naturale svolto dalle api che oltre a visitare il fiore e raccogliere il nettare ci sia un’aggregazione occasionale anche di particelle di polline. Non a caso, per distinguere i mieli dal punto di vista botanico, si fa un’analisi melissopalinologica: ossia si analizzano al microscopio quali pollini sono presenti, in modo da classificare il miele a seconda delle fioriture (castagno, eucalipto, acacia e così via). Pertanto per gli apicoltori italiani sarebbe insostenibile l’obbligo di indicazione in etichetta di contaminazioni accidentali e di scarsa rilevanza sotto il profilo del rischio per la sicurezza alimentare. Resta comunque vigente l’obbligo, a tutela dei consumatori oltre che dei produttori, di indicazione in etichetta di una eventuale presenza indesiderata di pollini transgenici nel miele quando questa percentuale supera, come anche per tutti gli altri prodotti alimentari e per quelli biologici in particolare, il previsto parametro di legge (0,9%)”.

La Coldiretti vede invece nella nuova direttiva il rischio che qualcuno possa deliberatamente produrre miele transgenico. Sta di fatto che l’Italia è tra i paesi che hanno partecipato alla moratoria europea in materia di Ogm e quindi ci siamo pronunciati finalmente in maniera chiara per la non disponibilità a concedere territorio nazionale, sia pure per particelle dedicate alla ricerca, a coltivazioni transgeniche. “Per noi il caso è chiuso – aggiunge il presidente della Federazione apicoltori –  Porre la questione che da una direttiva europea ne possa derivare un inquinamento del miele in senso transgenico significa fare del terrorismo inutile. E sottolineamo che come apicoltori manifestiamo da tempo  la nostra contrarietà agli Ogm in agricoltura la cui diffusione, oltre a rappresentare un rischio per l’immagine e la qualità dei prodotti apistici, può compromettere il ruolo delle api quali insetti impollinatori ed esasperare, pertanto, i già delicati rapporti con il mondo agricolo”.

A livello internazionale, infatti, la materia Ogm è molto dibattuta in apicoltura. Ed è oggetto di grande preoccupazione per quegli apicoltori che si trovano in Paesi dove le coltivazioni transgeniche non solo sono consentite ma anche pianificate e incentivate dalle politiche agricole dei governi come l’Argentina, il Canada, Cina e altri paesi orientali.

Repubblica – 13 ottobre 2015 

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