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Nella Pa un «tetto» per pochi. Ecco chi sarà colpito dalla regola dei 240mila euro. Quel fattore K che nessuno ha mai sconfitto

dirigenti stato soldiQualche alto magistrato, i vertici di alcune Autorità indipendenti, i dirigenti apicali di qualche ministero (non tutti) e i maggiori collezionisti di incarichi nelle società pubbliche non quotate. Preceduta da un dibattito che ha infiammato i dirigenti della Pubblica amministrazione per settimane, la «normaOlivetti» che porta tutti gli stipendi del pubblico impiego entro i 240mila euro riconosciuti al presidente della Repubblica si rivela una questione per pochi. Almeno all’interno della Pubblica amministrazione, perché il testo delle ultime bozze circolate ieri parla di applicazione del tetto al «trattamento economico annuo di chiunque riceva a carico delle finanze pubbliche emolumenti o retribuzioni»: di fronte a una definizione così ampia, stanno nascendo i dubbi fra i professionisti che lavorano ad alti livelli con la Pubblica amministrazione, e che ora si chiedono se il nuovo limite finisca per tagliare i loro redditi professionali.

Negli uffici pubblici veri e propri, invece, la tagliola esclude la stragrande maggioranza dei 156mila dirigenti, e la prova arriva dai risparmi che si dovrebbero ottenere con la nuova regola. Le prime stime (si veda Il Sole 24 Ore di ieri) parlano di circa 10 milioni di euro, e per raggiungerli bastano poche centinaia di persone. Chi sono?

Il nucleo più consistente dovrebbe essere rappresentato dai 347 avvocati dello Stato, che secondo i dati ufficiali della Ragioneria generale guadagnano in media poco meno di 269mila euro all’anno. Fra le magistrature, il tetto riguarda naturalmente i vertici della Cassazione: il limite in vigore finora, di 311.658,53 euro all’anno, è lo stipendio del primo presidente della Suprema Corte, ed è eguagliato dagli esponenti di punta di altre magistrature come ad esempio la Corte dei conti.

La stessa sorte attende i vertici delle Autorità indipendenti. Il presidente della Consob, Giuseppe Vegas, e il suo collega dell’Antitrust, Giovanni Pitruzzella, hanno stipendi fotocopia a quelli del primo presidente della Cassazione, mentre Angelo Cardani (Agcom) si ferma poco sotto i 303mila euro e Guido Bortoni (Autorità sull’energia) si attesta a 294mila. Nelle Authority, però, non saranno solo i presidenti a dover rivedere al ribasso la propria retribuzione, perché anche fra i componenti dei collegi si superano spesso i 240mila euro fissati dal decreto Irpef (si veda il grafico qui a fianco): un po’ più in basso si colloca l’Antitrust dove solo il presidente, l’ex deputato Pd Antonello Soro, supera di 20mila euro all’anno il nuovo limite.

Dalle parti di Governo e ministeri, le prospettive di reddito sembrano più tranquille. Fra i dirigenti di prima fascia, cioè quelli al vertice della piramide gerarchica, il record dei trattamenti economici medi si incontra al ministero della Salute (243mila euro: dati del conto annuale della Ragioneria generale dello Stato), mentre ai Beni culturali ci si ferma a 136mila euro e all’Istruzione non si superano i 160mila. Tranne qualche capo di gabinetto, dunque, gli altri dirigenti possono guardare con serenità al proprio futuro economico. Un po’ più intensa dovrebbe essere l’attività delle forbici tra gli enti pubblici non economici, a partire dall’Inps dove il commissario straordinario Vittorio Conti riceve tra compenso e pensioni i canonici 311.658,53 euro all’anno e gli stipendi medi registrati dalla Ragioneria generale fra l’alta dirigenza si attestano a quota 267.480.

Per capire il destino dei professionisti, che spesso sono anche dipendenti pubblici perché docenti universitari (per legge a tempo definito, quindi con compenso ridotto), occorre invece aspettare il testo definitivo del decreto: anche perché sarebbe non semplice, oltre che piuttosto paradossale, far abbattere sul reddito professionale una regola nata per colpire “l’alta burocrazia”. (Il Sole 24 Ore – 20 aprile 2014)

Il “burokrate” prepara la resistenza. Il fattore K che nessuno ha mai sconfitto. Pur di mantenere il potere intatto i dirigenti pronti a cedere sul feticcio dello stipendio

Francesco Merlo. Capisco che la guerra di Renzi alla k di nomenklatura può diventare epocale, come la battaglia di Lepanto, quando una signora prefetto della quale conosco onestà e sobrietà mi dice, senza ironia, che «l’ufficio del capo, del buon capo, è la piazza di un ministero, di una prefettura, di una questura o di un’azienda, e in una città non abolisci né restringi le piazze» .

LA BUROCRAZIA che resiste a Renzi è dunque un Mostro che ragiona. Non è stato “il terrore ottuso, silenzioso e nero” dei tempi di Roth a «fare lo “strunzionisimo”» (come ha detto Renzi) al decreto, ma «il funzionario come elemento di stabilità », «l’amabile lasciacorrere» lodato anche dal pensiero liberale, «il mezzo mollusco e mezza ape» di Balzac. E si capisce che questa scienza di praticoni competenti, la burocrazia italiana operosa e molliccia, che è stata preunitaria, fascista, democristiana e postdemocristiana, sia ora pronta al rito del “brucia la vecchia”, del sacrificare cioè all’opinione pubblica il feticcio dei superstipendi pur di mantenere in piedi «il suo gigantesco poteremesso in moto da nani».

E torno alla signora prefetto secondo la quale i grandi uffici «non sono eccessi di corte ma solennità, non uno spreco ma il meglio d’Italia, architetture che hanno glorificato la nazione». La signora comprende che, diminuendo gli spazi, si possono accorpare locali e dunque risparmiare sugli affitti, e ricorda ridendo che conosce un questore con un ufficio che sembra una nave da crociera, «ma il problema è lui e non lo spazio che occupa: quello lì anche se lo infilano in un buco continuerà a sentirsi dentro un’astronave». Ammette infine che la k contro cui si avventa Renzi non è più il fannullone di Brunetta, che era il buon travet, il candido mezzemaniche, l’impiegato di Kafka e di Svevo: non il povero Fantozzi ma finalmente il suo megapresidente, Galattico Arcangelo, il capo della divisione amministrativa della Italpetrolcementermo tessilfarmometalchimica: «E però le “piazze” sono, anche per dimensione, il luogo dell’incontro, della rappresentazione e del simbolo del potere, quello dei papi, delle magistrature, delle istituzioni che sempre creano spazio». Chiudo la telefonata inutilmente dicendo che proprio come le piazze in Italia sono ormai vuote, anche quelle bellissime del Plebiscito a Napoli e dell’Unità d’Italia a Trieste, così gli uffici dei capi non sono più luoghi di rispetto ma di disgrazia e che nel mondo solo a Roma — non certo a Washington né a Londra né a Timbuctù — c’è un palazzo ministeriale in ogni quartiere, e guai a chi lo tocca.

Ancora meglio capisco che non sono usciti allo scoperto i veri nemici della semplificazione quando un giudice, che è stato mio compagno di scuola, mi spiega che nella magistratura ordinaria pochissime figure guadagnano più di 240 mila euro l’anno ma che la giustizia rischia di morire come diceva Lenin «non uccisa dal potere politico ma dalla burocrazia». E mi racconta, per esempio, che «il sistema informatico dei registri penali è lentissimo e di difficile accessibilità, fatto per complicare il lavoro e non per facilitarlo. I mandarini della giustizia penale non sono quei pochi che guadagnano più di 240 mila euro ma, in questo caso, gli esperti ministeriali (Csia) che, ingegneri e cancellieri, guadagnano molto meno, ma gestiscono competenze informatiche come don Ersilio Miccio nel rione Sanità gestiva la saggezza. E, ancora, negli uffici giudiziari vale la regola rigida, di burocrazia anche sindacale, che “chi ha funzioni superiori non può svolgere mansioni inferiori, e chi ha funzioni inferiori non può svolgere mansioni superiori”, e dunque un dirigente non può fare fotocopie e chi fa le fotocopie, anche se è bravo e pure laureato, non può autenticare le fotocopie che ha fatto, ma le deve portare al dirigente che non le può fare».

Parlo poi con C., professione autista: «Da un po’ di tempo sto qui senza fare nulla, hanno venduto le macchine blu ma non possono vendere anche noi. Non mi piace non lavorare e prendere lo stipendio» come sta scritto in un ordine di servizio che ha per scopo “la messa in coscienza dei soggetti passivi del provvedimen- to”. Ed eccoci arrivati alla lingua dei mandarini —l’antilingua la chiamava Italo Calvino — che ha una sua logica esatta, anche se diagonale e sfasata.

Ebbene, Renzi può «godere» nel mandare a piedi i sottosegretari vietando le auto blu ma bisognerebbe anche vietare il “regolamento recante norme”, “ai sensi dell’articolo” e le “disposizioni concernenti”. Mi era già capitato di raccontare di una signora che si era ritrovata con due codici fiscali e alla quale avevano chiesto la “cerzioriazione” per stabilire “la anteriorità al fallimento di formazione del documento di garanzia”. Ma non avevo ancora visto un ordine di servizio stabilire che un autista deve prendere lo stipendio senza fare nulla «al fine di evitare l’incidenza sui conti pubblici».

Il 7 marzo 1923, anno secondo dell’era fascista, il ministro del Tesoro Alberto De Stefani scrisse al sottosegretario agli Interni Aldo Finzi: “Per preciso ordine ricevuto dal presidente del Consiglio S.E Benito Mussolini ho disposto che rimangano in servizio presso codesto ministero tre auto: una per te, una per Acerbo (il ministro, ndr) e una per S.E. il generale De Bono. Attualmente risultano in uso 16 vetture: di esse, 13 dovranno dismettersi al più tardi entro domani sera”. L’ordine fallì. Nessun decisionista nella storia d’Italia è infatti riuscito a debellare la nomenklatura, e tanto più difficile lo sarà per Renzi, che può cancellare le provincie ma non piegare le regioni, può rottamare i dirigenti politici ma non i direttori generali, può licenziare i senatori ma non i capo uscieri.

Il burocrate italiano ha ormai informatizzato la famigerata triplice copia e non è il caporale di giornata di una volta, il vecchio con gli stivali di Brancati o il Signor No del Rischiatutto. È la cultura diffusa della conservazione, pronta anche a concedersi al sacrificio economico perché ha una lingua nazionale più potente dell’Italiano, un ruolo storico antico e consolidato, una presunzione di eternità. Basti ricordare che Renzi inutilmente ha tentato di portare all’ufficio legislativo di Palazzo Chigi il capo dei vigili urbani di Firenze, una signora titolata e preparata. Tutti dissero in coro: «Non conosce la macchina dello Stato». Ed era la ragione per assumerla: smontare la macchina dello Stato.

Repubblica – 21 aprile 2014 

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