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Pa e lavoro, percorso a ostacoli in Senato. Oltre alle due deleghe ci sono 4 decreti legge da convertire alla Camera. Alle porte anche la sessione di bilancio

Lavoro e pubblica amministrazione: il Senato ha due deleghe “pesanti” da mandare in porto per inviare all’Europa e ai mercati i primi segnali concreti di cambiamento, oltre agli annunci. Un compito non facile: sulla seconda gamba del Jobs act, che il ministro del Lavoro Giuliano Poletti vuole approvata entro la fine dell’anno, pende la spada di Damocle delle polemiche sull’articolo 18 che stanno frenando le decisioni della commissione di Palazzo Madama.

A dividere è il riordino delle forme contrattuali vigenti e in particolare del contratto a tempo indeterminato con la sfida dell’introduzione di «tutele crescenti». La delega sulla Pa, incardinata in commissione Affari costituzionali sempre al Senato, sconta invece il clima avvelenato dal blocco dei rinnovi per dipendenti pubblici e forze dell’ordine confermato dal Governo: in queste condizioni una riforma complessiva del pubblico impiego è impresa ardua.

Si gioca in Parlamento la scommessa dei mille giorni lanciata dal premier Matteo Renzi. A metà del semestre italiano di presidenza Ue, il Governo sa bene quanto i prossimi mesi saranno decisivi per tradurre le promesse in norme. Il rischio ingorgo è dietro l’angolo. Oltre alle due deleghe, ci sono quattro decreti legge da convertire, tutti alla Camera: due già in corsa, missioni internazionali e violenza negli stadi, e due ancora in attesa di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, Sblocca-Italia e giustizia civile. C’è il capitolo politicamente sensibile delle riforme istituzionali: nuovo Senato e Italicum. E c’è la sessione di bilancio alle porte.

Oggi sono convocate le conferenze dei capigruppo dei due rami del Parlamento per fissare i calendari dei lavori e sbrogliare la matassa. Cercando di soddisfare esigenze diverse: quelle del Governo e quelle delle differenti anime della maggioranza, senza scontentare Forza Italia, che resta il principale interlocutore in tema di riforme.

«Le priorità assolute sono due», dice Roberto Speranza, capogruppo Pd a Montecitorio: «La situazione economica e sociale del Paese, che affronteremo subito a ottobre con la Nota di aggiornamento al Def e con la legge di stabilità, e le riforme istituzionali». Speranza ammette il pericolo ingorgo, ma è ottimista: «Abbiamo voglia di lavorare. Prevale l’entusiasmo di andare avanti». Tra i banchi di prova ci saranno subito i decreti legge: quello sulle missioni internazionali dovrebbe andare al voto da oggi, ma non si esclude la fiducia. «Dipende sempre dall’atteggiamento dell’opposizione», precisa Speranza. «La velocità dell’iter dei decreti passa molto per il clima, e io farò di tutto perché sia costruttivo e positivo. Lo stesso vale per le riforme: il mio auspicio è che qui alla Camera non si ripeta quel che è accaduto in Senato».

Dal canto suo il vicepresidente del Senato, Maurizio Gasparri (Forza Italia), riconosce che la priorità di Palazzo Madama «è senz’altro il Jobs act» ma, aggiunge, «una decisione sui contenuti maturerà in commissione Lavoro non prima di una decina di giorni: per questo, proporrò ai capigruppo di approfittarne per portare in aula il ddl sulla diffamazione pronto da tempo». Difficile, per Gasparri, uno sprint su altri fronti: «Il decreto Pa ha appena iniziato il passaggio in commissione e non prevedo tempi brevi».

Dopo il complicato varo del ddl sul nuovo Senato, ad agosto, la maggioranza spera in un nuovo corso. «Abbiamo la volontà di assumere il punto di vista di chi non la pensa come noi», assicura Speranza. Le riforme istituzionali, comunque, non dovrebbero occupare il centro della scena: si lavorerà nelle commissioni, alla ricerca di intese.

Il Sole 24 Ore – 9 settembre 2014

Riforme a rischio rinvio, il governo punta sulla Pa e sulla legge di stabilità. L’Italicum “superato” al Senato dal testo Madia

Alla Camera niente sovrapposizioni con la manovra. Che fine ha fatto l’Italicum? «L’estate è passata e quella parola ormai nessuno la pronuncia più», scherza Roberto Calderoli. Sarà pure un’esagerazione quella del senatore leghista, ma non c’è dubbio che sulla riforma elettorale, come pure su quella costituzionale, sembra che il rock degli inizi abbia lasciato il posto a una tranquilla mazurca.

Al Senato l’Italicum aspetta che qualcuno lo tolga dai cassetti dove giace da mesi. Prima intanto – su indicazione di Palazzo Chigi – ci sarà da esaminare la legge delega sulla Pubblica amministrazione, un provvedimento complicato. E se in settimana un incontro tra Renzi, Boschi e Anna Finocchiaro dovrebbe servire a impostare il lavoro, né alla presidenza del consiglio né in Forza Italia c’è fretta di portarlo a conclusione. Stessa musica sulla riforma costituzionale. A Montecitorio la seconda lettura è nelle mani di Francesco Paolo Sisto, presidente della prima commissione e relatore (insieme al dem Emanuele Fiano) del disegno di legge. Il quale ha già fatto sapere di voler fare le cose per bene, senza limitarsi a timbrare il testo arrivato da palazzo Madama: «Non saranno i cento metri piani, ma neanche una maratona. Diciamo un tremila siepi. Daremo il giusto tempo alla discussione». Da qualche tempo Sisto, pur restando un fittiano nel cuore, risponde politicamente a Denis Verdini. Per questo i pochi forzisti che ancora speravano di combattere una battaglia d’opposizione al governo, quando hanno letto che il relatore designato sul bicameralismo era Sisto, hanno capito di non potersi fare illusioni. La riforma si farà nei tempi e nei modi decisi dalla cabina di regia Renzi-Berlusconi. Con calma. Anche perché se al Senato c’è da esaminare la legge Madia, a Montecitorio arriverà a ottobre la legge di Stabilità. E la sessione di bilancio ingoierà ogni altra urgenza.

Per il premier infatti riaprire ora il contenzioso sull’Italicum rischia di rendere ancora più caldo un autunno già pieno di insidie. L’accordo tra Forza Italia e Ncd sulle soglie di sbarramento e sulle preferenze è lontano, senza contare che la minoranza del Pd potrebbe utilizzare proprio la legge elettorale per creare problemi a palazzo Madama dove i numeri sono quelli che sono. Gli alfaniani, poi, sono già sul piede di guerra. «Quella della legge elettorale – confida Fabrizio Cicchitto – è la partita decisiva. O Renzi convince Berlusconi ad abbassare le soglie oppure pure noi possiamo dare i numeri. Ci sono in ballo questioni di vita o di morte ». Insomma, il clima è incandescente ancora prima che la partita abbia inizio.

Così il premier non sembra aver più tanta voglia di spingere sull’acceleratore. Anche per non dare credito alle voci che lo vorrebbero propenso alle urne in primavera. L’incontro decisivo con Berlusconi? Entrambi hanno deciso di soprassedere, almeno per adesso. Tanto più che il leader di Forza Italia resterà tutta la settimana a Milano, colpito di nuovo dall’uveite.

Il capo del governo teme che anche a Montecitorio possa replicarsi il Vietnam scatenato dai grillini sulla riforma costituzionale. Ad aggiungere benzina sul fuoco anche l’odio dei cinquestelle nei confronti di Laura Boldrini. Dopo occupazioni dei banchi, scontri d’aula e insulti osceni sul blog, la presidente della Camera si prepara al passaggio parlamentare promettendo ascolto e rigore: «Darò lo spazio necessario al dibattito, coinvolgendo le opposizioni e garantendo il giusto clima per la discussione. Le regole, qui a Montecitorio, sono diverse da quelle del Senato: ad esempio non c’è il “canguro”. E poi – ricorda – visto che Renzi ha indicato un programma da mille giorni, allora non c’è più bisogno di correre eccessivamente». Eppure Boldrini non sottovaluta la possibilità di una nuova esplosione della “furia” grillina: «Be’, certo – allarga le braccia – esiste il rischio che qualcuno tra loro decida di conquistare il palcoscenico mediatico scatenando una gazzarra. Noi garantiremo gli spazi necessari, ma con loro potrebbe essere vano…».

E in effetti il clima che si respira in casa pentastellata non promette nulla di buono. L’idea, in balia però degli sbalzi d’umore del vertice, è quella di incalzare l’esecutivo sui provvedimenti economici, attaccando invece a testa bassa sulle riforme. Come sempre anche stavolta nel Movimento si scontrano due linee. Quella dei falchi è incarnata a perfezione da Andrea Colletti: «Voglio vedere come si comporterà Boldrini. Se farà come penso, purtroppo ci sarà da divertirsi… Se si muoverà come Grasso, può succedere di tutto. Noi riponiamo in lei zero fiducia». L’obiettivo è agitare anche la piazza: «Al Senato – ricorda Colletti – i colleghi hanno deciso spesso di disertare i lavori per protesta contro la riforma, che è pericolosa. Noi, però, daremo battaglia sia dentro che fuori dal Parlamento. Prima in commissione, poi in Aula alzeremo le barricate». Sommare l’ostruzionismo e la piazza grillina con le mobilitazioni dei sindacati e gli agguati della minoranza Pd rischia di essere troppo anche per Renzi. Meglio occuparsi dei nemici uno alla volta.

Repubblica – 9 settembre 2014

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