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    Home»Notizie ed Approfondimenti»Padova. «Dipartimenti e integrazione, così cambierà il mio ospedale». Il direttore Dario: «Da trasformare il modello di rapporto con l’Università»
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    Padova. «Dipartimenti e integrazione, così cambierà il mio ospedale». Il direttore Dario: «Da trasformare il modello di rapporto con l’Università»

    pecore-elettricheInserito da pecore-elettriche7 Febbraio 2015Nessun commento4 Minuti di lettura
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    «Con il nuovo rettore che sarà scelto tra pochi mesi, le elezioni regionali, e il rinnovo delle cariche dei direttori generali a fine anno, ci sarà l’occasioni per guardare in prospettiva al futuro dell’Azienda ospedaliera. È un’opportunità da non perdere…».

    A dirlo Claudio Dario, direttore generale dell’Azienda ospedaliera di Padova. L’occasione è la presentazione del nuovo «Piano della performance» per il triennio che va dal 2015 al 2017, un documento che stabilisce la direzione che l’Azienda prenderà nei prossimi mesi.

    Attorno cambierà tutto, diceva. Voi che rotta terrete?

    «Nel piano fotografiamo la situazione attuale: numero di ricoveri, costi del personale, spese e ricavi. Poi elenchiamo gli obiettivi per i prossimi tre anni. Sono la nostra meta. La ridefinizione dei rapporti con l’Università, l’aumento dell’efficienza della produzione attraverso la revisione dei modelli organizzativi, il miglioramento dell’accesso ai servizi, il potenziamento dell’attività operatoria e della terapia intensiva».

    Che rapporto serve con l’Università? A maggio lascerà il rettore Giuseppe Zaccaria e i candidati alla successione hanno già messo Medicina al centro della loro campagna….

    «Innanzitutto sarà studiato un nuovo modello organizzativo e di finanziamento adeguato alla complessità di una realtà come la nostra, nella quale convivono assistenza, ricerca e didattica. Le strade possono essere molte, dall’Azienda integrata alle fondazioni. Fino a questo momento i rapporti con il rettore uscente, Zaccaria, sono stati molto buoni, pur nei limiti della diversità della natura e delle normative di riferimento delle istituzioni. Dobbiamo concentrarci su obiettivi comuni, e il fatto che il nuovo rettore rimarrà in carica per sei anni ci permette di ragionare in prospettiva».

    Torniamo all’azienda. Dai dati emerge una flessione del numero dei ricoveri. Come si spiega?

    «Il dato può essere spiegato con una diversa organizzazione delle prestazioni. Significa che le prestazioni che prima venivano fornite con una degenza di più giorni in ospedale, ora vengono effettuate in ricovero diurno, e quelle che prima avevano bisogno di un day hospital , ora possono essere svolte ambulatorialmente. Questo ha riflessi anche sul personale, leggermente diminuito negli anni».

    Il 2014 è stato l’anno di una trasformazione fondamentale, con la sostituzione del vecchio sistema delle Unità con quello dei Dipartimenti. Cosa cambierà materialmente per il paziente?

    «Attraverso questa riorganizzazione, si può sviluppare intorno al paziente un lavoro di equipe migliore. Bisogna considerare che in Azienda arrivano casi estremamente complessi. Per esempio, nel dipartimento di Neuroscienze e degli organi di senso, guidato dal professor Alessandro Martini, c’è l’otorino, l’oculista, il neurochirurgo. Tutti loro possono trovarsi contemporaneamente in un’unica sala operatoria per seguire un paziente. Il dipartimento, quindi, non è altro che un contenitore che consente lo sviluppo di diversi ambiti specialistici per migliorare l’assistenza».

    Intanto sul fronte del nuovo ospedale è tutto fermo. Come era immaginabile, prima di vedere un qualche cambiamento, bisognerà attendere l’esito delle nuove elezioni Regionali. Con il Giustinianeo che continua ad invecchiare, quanto si dovrà ancora aspettare?

    «Le elezioni regionali, così come quella del rettore, saranno un ottimo spunto per riavviare il percorso di costruzione del nuovo policlinico. Certo è che si deve fare qualcosa. Strutture come il Giustinianeo non hanno una morte dal punto di vista biologico, possono essere mantenute. Questo, però, ha un costo enorme. Inoltre non possono essere sviluppate le potenzialità offerte dalla ricerca, perché siamo imbrigliati in una struttura che nel ‘700 era all’avanguardia, ma che ora è semplicemente antiquata. Pensiamo solo ai due milioni e mezzo spesi per creare la struttura adatta ad accogliere la nuova pet risonanza, inaugurata neanche due settimane fa. Una cifra pazzesca. La manutenzione comporta costi sempre crescenti, così come la messa a norma. Non si capisce che non facendo nulla, a lungo andare, spenderemo di più».

    Angela Tisbe Ciociola – Corriere del Veneto – 7 febbraio 2015 

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