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Pd, Renzi lancia sfida per leadership: «Cambiare Italia e partito»

«A questo punto Pd è in un angolo. O ne esce o salta in aria». E per uscirne deve guidare e non inseguire: parola di Matteo Renzi che dalle colonne di “Repubblica” rilancia la sfida interna al Pd.

Per uscire dall’angolo si dovrebbe anche rilanciare la proposta del presidenzialismo, con l’elezione diretta del Capo dello Stato e il doppio turno alla francese. Anche il governo che nasce dovrebbe avere una sua agenda, centrata soprattutto sul tema del lavoro. «La mia ambizione – spiega Renzi rilanciando la sua sfida alla leadership del Pd – è cambiare l’Italia e cambiare un partito che riflette sul suo ombelico». Il punto è che «Bersani ha vinto le primarie ma la sua linea è stata sconfitta. Il partito vuole vincere con una linea diversa? Io ci sono. Vuole difendere solo la sua classe dirigente? Non ci sono».

«Voglio che sia il Pd a dare la linea al wb, non il contrario»

«Dimostriamoci leader e non follower. Non si può essere terrorizzati da un tweet. Al primo cinguettio c’é qualcuno che se la fa addosso», aggiunge Renzi contrario a dare un peso eccessivo dei “social network” nella fissazioni delle priorità politiche del partito: «Io voglio che i democratici diano la linea al web e non viceversa- aggiunge- i nostri militanti, quelli che si sacrificano, i volontari non vogliono che i loro leader siano impauriti. Non vogliono un partito succube».

«Via il finanzaimento pubblico, non voglio darla vinta ai grillini»

Per temi toccati e spazio accordato, l’intervista assomiglia molto ad un manifesto programmatico, e infatti tocca praticamente tutti i temi caldi emersi nelle ultime settimane sotto l’incalzare dei grillini, a cominciare dal finanzimento pubblico ai partiti: «Io dico: taglio netto non ai costi ma ai posti della politica. Via il finanziamento pubblico dei partiti. Trasparenza nelle spese dei partiti e della pubblica amministrazione. Io non voglio darla vinta ai grillini. Sugli “open data” siamo più bravi noi», rivendica Renzi.

Nuovo governo? «Deve durare un anno, poi le urne»

Parole chiare anche sull’ipotesi di un governo di larghe intese dopo la rielezione di Giorgio Napolitano: «Non mi interessa questa discussione sulle larghe intese o su Berlusconi. Non mi preoccupa il Pdl, con loro abbiamo già fatto un governo. Pensiamo a quel che si deve fare. Tutti sanno che io sono per andare a votare subito, ma é evidente che dopo la conferma di Napolitano al Quirinale le urne sono improbabili». L’esecutivo di emergenza che verrà varato nei prossimi giorni, aggiunge il sindaco di Firenze, dovrà durare «il meno possibile. Diamoci un tempo. Ma se in sei mesi o un anno realizza un po’ di questi interventi, ci guadagna il Pd e il paese».

Domani mattina si riunisce la direzione del Pd che dovrà decidere chi e come guiderà il partito fino al congresso, che sarà anticipato a giugno (prima dello tzunami post-elettorale era fissato per ottobre).

 

È quanto riferito da fonti qualificate di Largo del Nazareno alla fine di una giornata, quella di domenica, nella quale sembrava essere prevalso il caos del tutti contro tutti. La direzione deciderà anche chi si recherà al Quirinale per le consultazioni con il presidente Giorgio Napolitano ponendo fine a una polemica aperta già sabato sera alla Camera, subito dopo la rielezione di Napolitano, dal «giovane turco» Matteo Orfini: dal momento che il segretario Pier Luigi Bersani e tutta la segreteria del partito si sono dimessi – è stata da subito l’argomentazione di Orfini – occorre riunire gli organi dirigenti del partito per decidere chi lo rappresenterà al Quirinale assieme ai capigruppo Luigi Zanda e Roberto Speranza.

 

Alla riunione della direzione del partito verrà anche ufficializzato quale sarà il mandato per i dirigenti che si recheranno al Quirinale per le consultazioni, mandato che presumibilmente sarà quello di «convenire con ciò che Napolitano chiede» cercando così di troncare sul nascere le polemiche già in corso nel partito sull’opportunità di dar vita alle large intese con il Pdl o meno (nel week end è andata in scena la protesta della base a livello locale, protesta che a Perugia è arrivata fino all’occupazione della sede del parttio da parte di alcuni giovani militanti con tanto di striscione con la scritta «non meriremo di tattica, mai con Berlusconi»).

 

Il passo successivo nel governo del partito sarà l’Assemblea nazionale, composta da circa mille delegati, che verrà convocata entro dieci giorni dalla direzione per decidere la data del congresso e aprire di conseguenza la fase delle primarie per la leadership del partito così come previsto dallo statuto.

Questo percorso di massima, molto accelerato, è stato deciso dopo una fitta serie di colloqui tra i big del partito per dare un messaggio a tutto il Pd, e anche agli altri partiti, che si vuole «riempire subito un pericoloso vuoto di potere». Inoltre si vuole cercare il massimo grado di condivisione interna per reggere la fase della nascita del governo, che si suppone «non sarà facile».

«In queste ore straordinarie serve un partito unito sulla rotta straordinaria che Giorgio Napolitano traccerà per il Paese», dice il lettiano Francesco Boccia. E ancora: «Nulla sarà più come prima, non solo perché per la prima volta nella storia viene rieletto un capo dello Stato, ma perchè è evidente che siamo dentro riforme e cambiamenti della nostra Costituzione non più rinviabili».

La verità è che il governo si deve fare comunque e non ci sono condizioni da porre al Capo dello Stato, il Pd non può spaccarsi su questo. A Largo del Nazareno fanno trapelare che ad accompagnare Zanda e Speranza al Colle sarà probabilmente il vicesegretario Enrico Letta. A capo di una sorta di “collegio di reggenti” nel quale dovrebbe sedere anche un renziano (Paolo Gentiloni?), mentre per le altre anime del partito si fanno i nomi di Dario Franceschini, del bersaniano Davide Zoggia e del “giovane turco” Andrea Orlando.

Ma sono molte le pressioni in corso sullo stesso Bersani affinché sia lui stesso a gestire questa fase di transizione verso il congresso anticipato. Tra oggi e domani il nodo si scioglierà, e potrebbe essere alla fine lo stesso segretario dimissionario, assieme al “collegio di garanti” che verrà nominato dalla direzione, a guidare i capigruppo nel nuovo giro di consultazioni. Lasciando Letta, in predicato per divenire uno dei vicepremier o addirittura premier, libero dal laccio del partito.

Il sole24 Ore – 21 aprile 2013

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