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    Home»Notizie ed Approfondimenti»Pensioni, l’Ue in pressing sull’Italia. “Una settimana per la soluzione”. Bruxelles: la ripresa è partita. Ma il mercato del lavoro resta al palo
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    Pensioni, l’Ue in pressing sull’Italia. “Una settimana per la soluzione”. Bruxelles: la ripresa è partita. Ma il mercato del lavoro resta al palo

    pecore-elettricheInserito da pecore-elettriche6 Maggio 2015Nessun commento4 Minuti di lettura
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    Marco Zatterin. Appuntamento a lunedì. «Ci attendiamo che all’Eurogruppo il ministro Padoan spieghi la situazione e come intende agire», sussurra un pezzo grosso della Commissione Ue. Il problema del giorno è il pronunciamento della Consulta che ha bocciato i tagli previdenziali voluti dal governo Monti nel 2012, una decisione che potrebbe costare al Tesoro una decina di miliardi e minacciare l’equilibrio europeo dei conti pubblici.

    «Spetta alle autorità italiane valutare l’impatto della sentenza e definire le misure compensatorie per restare in linea con gli obiettivi del patto di Stabilità», dice il Commissario per l’Economia, Pierre Moscovici. Bisogna però agire rapidamente, anche perché fra una settimana arrivano le raccomandazioni di Bruxelles che, ovviamente, vuole avere un quadro molto preciso per poter dire la sua.

    La congiuntura

    Come va la congiuntura lo ha spiegato ieri. «Gli indicatori confermano che c’è una vera ripresa ciclica in Europa», ha assicurato il francese, presentando il rapporto previsionale di primavera dell’esecutivo Ue. Il capitolo italiano segnala un ritorno alla crescita sotto forma di ripresina, i conti pubblici imbrigliati ma con qualche fattore di rischio, l’inflazione in ripresa (netta, se non sarà congelato l’aumento dell’Iva) e disoccupazione purtroppo ancora in zona dramma. Il Bel Paese appare concentrato a spingersi oltre la metà del guado, con un pil che nel 2015 salirà dello 0,6%, soprattutto grazie alla domanda esterna, mentre l’anno prossimo sarà all’1,4%, anche per merito degli investimenti pubblici finalmente riattivati.

    Si può fare, sebbene restino due gruppi di incognite: l’equilibrio e la sostenibilità del bilancio che va ulteriormente garantita e il male dei senzalavoro che si fatica a estirpare. C’è infatti l’incognita dei rimborsi post Corte Costituzionale che i tecnici di Bruxelles assicurano essere puro deficit in aumento per il 2015. A Roma studiano come disinnescarne almeno in parte gli effetti: la sensazione è che si troverà una via, attraverso la solita elaborata trattativa con l’Unione. A ciò si aggiunge il fatto che gli obiettivi delle previsioni di primavera – il deficit al 2,6% nel 2015 e al 2 nel 2016 – vengono calcolati al lordo della clausola di salvaguardia con l’aumento dell’Iva a gennaio (dal 22 al 24%) che il governo vuole evitare. Sono 12,8 miliardi. Implica che per centrare i numeri delle europrevisioni il governo deve mettere insieme, in un modo o nell’altro, circa 23 miliardi.

    Il nodo dei disoccupati

    La buona notizia della ripresa reale è in parte oscurata dal mercato del lavoro. Nel 2014 è rimasto a casa il 12,7% della forza attiva: nel biennio appena cominciato la previsione va al 12,4, non un gran che, anche se il dato è meglio delle stime invernali. I numeri spiegano il problema. Avanza l’occupazione (+0,6% nel 2015) ma la disoccupazione è congelata ad alta quota. Vuol dire che la ripresa non è in grado di alimentare meccanismi virtuosi, e che le imprese – intorno al 60% della capacità produttiva – rifiatano senza aprire nuovi varchi. Il vero cruccio del governo è – e resterà per qualche anno – la situazione occupazionale. Oltre che la competitività complessiva del sistema.

    Il resto è sulla strada giusta. Il 2016 dovrebbe essere un anno sostanzioso per la crescita, il primo dal 2011. A dicembre l’aumento dei prezzi sarà dello 0,2%, dato che arriverà dell’1,8% nel 2016 (se ci sarà l’aumento dell’Iva), indebolendo i redditi reali (-1,2%). Siamo al sicuro? Avverte Moscovici: «La maggiore sfida è l’elevato debito con la crescita che resta debole, perciò bisogna articolare una politica di bilancio prudente con un’agenda di riforme ambiziosa». Il francese avverte che proprio la «ritrovata primavera non deve far rinunciare allo sforzo riformista». Per una volta, non lo dice soprattutto all’Italia.

    La Stampa – 6 maggio 2015 

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