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    Home»Notizie ed Approfondimenti»Pensioni. Martedì vertice con i sindacati. L’ipotesi è di incassare i fondi integrativi già a 60 anni. Un assegno minimo per i Millennials, piano del governo sulle pensioni future
    Notizie ed Approfondimenti

    Pensioni. Martedì vertice con i sindacati. L’ipotesi è di incassare i fondi integrativi già a 60 anni. Un assegno minimo per i Millennials, piano del governo sulle pensioni future

    Cristina FortunatiInserito da Cristina Fortunati3 Luglio 2017Nessun commento4 Minuti di lettura
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    Si torna a parlare di pensione di garanzia per i giovani. Governo e sindacati, martedì prossimo, riaprono la “fase 2” del confronto previdenziale, come delineata nel verbale siglato il 28 settembre 2016. La novità è la nuova proposta di Palazzo Chigi: creare flessibilità anche usando la previdenza integrativa. Cambiare cioè la normativa e consentire a chi ne ha bisogno di anticipare la rendita dei fondi pensione ben prima dell’età d’uscita.

    «Il tema si porrà tra vent’anni, ma dobbiamo cominciare a fissare le priorità», ragiona Marco Leonardi, consigliere economico di Palazzo Chigi. «Se hai accumulato la tua pensione complementare, che poi sommi alla pubblica, perché aspettare i 67 anni per incassarla?». Ecco allora l’idea di strutturare un meccanismo simile a quello che consentirà tra qualche mese di accompagnare all’Ape volontaria – il reddito ponte per andare in pensione 3 anni e 7 mesi prima la Rita, ovvero la Rendita integrativa temporanea anticipata. Il governo scommette dunque sulla previdenza privata per aiutare i giovani precari. Senza alcuna chance però di abbassare le tasse sui fondi pensione (l’aliquota fu portata dall’11 al 20% dal governo Renzi nel 2014). «Le risorse sono poche, per ora non se ne parla», chiude Leonardi.

    FUTURO ROSEO?

    Conti alla mano, un lavoratore venticinquenne dovrebbe versare alla previdenza complementare circa 250 euro al mese per assicurarsi mille euro a 71 anni nel 2063. Purché in modo continuativo per 46 anni – come ipotizza Progetica nelle simulazioni – e accettando anche una linea di investimento a rischio medio. Se fosse licenziato 10 anni prima dell’età d’uscita, anticipando la rendita potrebbe contare però solo su 433euro, un importo più che dimezzato. In uno scenario più realistico, un suo coetaneo che oggi non può destinare ai fondi più di 100 euro al mese avrebbe a 71 anni un discreto assegno mensile da 402 euro da sommare alla pensione. Che si ridurrebbe però a 137 euro, se fosse licenziato a 60 anni. Davvero poco per un sostentamento, pure ipotizzando il recepimento della Naspi, il sussidio di disoccupazione, che però non va oltre i 24 mesi.

    PROPOSTA DAMIANO

    Sul tavolo c’è anche la proposta Damiano-Gnecchi – depositata alla Camera tre anni fa – di una “pensione di base” per tutti di 442 euro rivalutabili, «finanziata dalla fiscalità generale» e concessa a patto di avere almeno 15 anni di contributi versati, da aggiungere a quella contributiva maturata, purché non superiore a 1.500 euro. L’idea qui non è di garantire flessibilità in uscita, quanto una vecchiaia serena ai Millennials, la generazione più esposta a carriere discontinue fatte di lavoretti, contrattini, voucher, nero, buchi. Il presidente dell’Inps Tito Boeri, un anno fa, calcolava che la classe ’80 – i trentenni di oggi – rischiano di andare in pensione a 75 anni e con un assegno tutto calcolato col contributivo (equivalente cioè ai contributi versati) più basso del 25% in media. La proposta Damiano-Gnecchi prevede anche di portare per tutti l’aliquota contributiva al 28% (abbassandola per i dipendenti dal 33% e alzandola per gli autonomi dal 25%). Un modo per comprimere il costo del lavoro e incentivare le assunzioni. La copertura della misura deriverebbe dal ripensamento e anche abolizione della pensione minima (che oggi costa allo Stato 9,8 miliardi l’anno) e della pensione sociale (che ne vale altri 4 miliardi).

    PROPOSTA RAITANO

    Il governo Renzi – con l’allora sottosegretario di Palazzo Chigi Tommaso Nannicini – era pronto a valutare pure un’altra proposta. Quella di Michele Raitano, economista della Sapienza di Roma, strutturata attorno a una modifica nel calcolo della pensione di garanzia. Così da assicurare a ogni pensionato una prestazione di importo proporzionale agli anni di contribuzione (effettiva o figurata) e all’età di ritiro. In pratica, ogni anno di lavoro dà luogo a un “punto annuo garantito”, a prescindere dai contributi versati. E questo punto può essere irrobustito in casi particolari: lavoratrici part-time, parasubordinati, disoccupati con molte interruzioni. La pensione di garanzia così determinata può valere ad esempio 14 mila euro lordi annui per chi ha 66 anni e 40 di anzianità. E si riduce a 11 mila euro per chi somma 63 e 35. O cresce a 15.250 euro a 69 più 39. Ogni qualvolta la pensione contributiva accumulata negli anni di lavoro è inferiore a questa di garanzia, scatta l’integrazione a carico dello Stato. La misura, ammette Raitano, è costosa. Ma l’aggravio per il bilancio pubblico sarebbe dal 2040 in poi. E verrebbe finanziato dai minori esborsi per prestazioni assistenziali ai pensionati poveri. Oltre che attenuato dagli ammortizzatori sociali e da efficaci politiche attive del lavoro.

    Repubblica – 2 luglio 2017

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