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Pensioni. Pubblico impiego, scorciatoia pre-­Fornero. Governo pensa a una scappatoia per riaprire turn over

governoAll’interno del governo c’è chi sta pensando di pensionare anticipatamente gli statali che hanno maturato nel 2013 i requisiti previsti dalle vecchie regole pre-riforma Fornero per riaprire il turn-over. Sull’esempio dei 7 mila dipendenti pubblici che andranno in quiescenza in quanto considerati esuberi dalla spending review. Qualcuno, all’interno del governo, ci sta pensando davvero: una massiccia operazione di pensionamento anticipato di tutto il personale del pubblico impiego che sia possibile allontanare dagli uffici ed accompagnare all’assegno pensionistico. Per liberare posti di lavoro, per facilitare una ristrutturazione della pubblica amministrazione, e soprattutto per risparmiare. In realtà, di concreto c’è molto poco, a parte il «sogno» di dinamitare in qualche modo la riforma di Elsa Fornero riaprendo le porte delle «baby-pensioni».

Anche le esercitazioni del ministro del Lavoro Enrico Giovannini sulla «staffetta» tra anziani e giovani non hanno affatto incontrato un consenso unanime. Però un precedente a cui agganciarsi c’è: parliamo dei circa 7000 pubblici dipendenti che grazie al decreto del governo Monti sulla spending review e alla circolare dell’allora ministro della Funzione Pubblica (e ora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio) Filippo Patroni Griffi potranno scampare alla tagliola della legge Fornero in quanto considerati «esuberi». In altre parole, questi settemila «travet» considerati ufficialmente in soprannumero potranno andare in pensione con le vecchie regole più convenienti; sempre purché il diritto all’assegno, determinato da 40 anni di servizio o dalle quote di età e anzianità, scatti entro il 2014 (e quindi i requisiti siano centrati entro il 2013).

In pratica, la spending review ha definito questo personale in esubero: se possono andare in pensione con le regole pre-Fornero, non solo smetteranno di lavorare, ma eviteranno pure il destino dei loro colleghi esuberi «non pensionabili». Che invece perderanno il posto, e per due anni avranno soltanto una indennità di mobilità che varrà più o meno la metà dell’ultimo stipendio. Una scappatoia davvero provvidenziale.

A utilizzare questa scappatoia per liberarsi di personale che non serve più, di età più matura, e comunque di stipendi più elevati ci si sta appunto pensando. A cominciare dal ministro della Funzione Pubblica Giampiero D’Alia, che ha iniziato a ragionare su ipotesi concrete. Anche perché come ovvio l’uscita verso la pensione e con età e trattamenti più favorevoli degli altri lavoratori colpiti dalla riforma del governo Monti – sarebbe un sistema di «licenziare» assai popolare. E comunque decisamente preferibile per i diretti interessati rispetto al dimezzamento dello stipendio. Due piccioni con una fava.

Non è un caso che alla prima occasione utile si sia subito pensato di ricorrere alla scappatoia della circolare Patroni Griffi. È il caso della riforma della difesa, pudicamente definita «razionalizzazione dello strumento militare». Come noto, di fronte alla esagerata dimensione delle Forze Armate (dimensione comunque insostenibile per le esauste casse dello Stato) sia il governo Monti che quello Letta hanno deciso di calare la mannaia. Varando un piano che prevede l’eliminazione di 10mila posti di lavoro per il personale civile della difesa e di ben 30mila posti di lavoro tra il personale militare, oltre all’eliminazione di oltre cento siti militari. Un processo che per la verità sarà molto graduale, visto che dovrà svolgersi di qui al 2024. In questa sede i sindacati hanno immediatamente richiesto che anche al personale della Difesa in esubero la stessa via di uscita concessa in precedenza. Secondo alcune stime, si potrebbe trattare di 6-7000 persone in tutto.

Ieri si è tenuto il primo incontro tra il ministro della Difesa Mario Mauro e le organizzazioni di categoria del pubblico impiego di Cgil-Cisl-Uil. I sindacalisti hanno registrato «primi passi in avanti», visto che il ministro «ha dato la disponibilità a rimettere mano agli schemi di provvedimento». In particolare, come chiesto dai rappresentanti del personale, accettando le tutele finalizzate alla salvaguardia dei livelli occupazionali e il ricorso alla mobilità verso altre pubbliche amministrazioni. E, soprattutto, il ricorso ai prepensionamenti.

La Stampa – 31 luglio 2013 

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