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Perché l’Italia non deve più avere l’8% di poveri. Governo propone una misura nazionale contro la miseria

Risorse insufficienti. Italia e Grecia sono gli unici due Paesi Ue a stanziare per l’«inclusione attiva» una quota di spesa pubblica ben al di sotto della media

Perché per la prima volta dopo 15 anni esponenti di un Governo – il Ministro e il ViceMinistro al Welfare, Giovannini e Guerra – hanno deciso di presentare una proposta per l’introduzione di una misura nazionale contro la povertà? L’ultima a tentare, senza esito, fu l’allora Ministro della Solidarietà Sociale, Livia Turco, nel 1998. A spingere Giovannini e Guerra è stata una lucida diagnosi su come cambia l’Italia reale.

L’8% delle persone residenti nel nostro paese, infatti, vive in povertà assoluta (dato 2012). Attenzione, non si sta parlando di quell’impoverimento che tocca una parte ben più ampia della popolazione, costringendola a rinunciare ad alcuni consumi che desidererebbe potersi permettere (come qualche apparecchio tecnologico o la possibilità di andare fuori città in estate) senza però impedire la fruizione dei beni e dei servizi essenziali. Si parla, piuttosto, di chi non raggiunge “uno standard di vita minimamente accettabile” calcolato dall’Istat e legato a un’alimentazione adeguata, a una situazione abitativa decente e ad altre spese basilari come quelle per vestiti e trasporti. Nel 2005 costoro erano il 4,1% della popolazione: sono raddoppiati in sette anni. La ripresa potrà ridurre la percentuale attuale ma non di molto dato che la maggiore presenza della povertà è un fenomeno strutturale, così come il suo nuovo profilo. Non si concentra più, infatti, esclusivamente nel meridione e tra le famiglie numerose (con almeno tre figli) anche se queste rimangono le realtà dove risulta maggiormente presente. Gli ultimi anni, infatti, ne hanno visto l’incremento galoppante in segmenti della popolazione prima ritenuti immuni: il Nord – dove le persone in povertà assoluta sono aumentate dal 2,5% (2005) al 6,4% (2012) – e le famiglie con due figli (dal 4.7% al 10%).

In questa situazione, continuare ad essere – insieme alla Grecia – l’unico paese dell’Europa a 15 senza una misura nazionale contro la povertà, dedicandovi una quota di spesa pubblica ben al di sotto della media continentale, è sempre meno sostenibile. Giovannini e Guerra, pertanto, hanno costituto un gruppo di lavoro – di cui chi scrive ha fatto parte – che ha disegnato una propria versione della misura, denominata SIA (Sostegno per l’Inclusione Attiva), illustrata mercoledì ai media e scaricabile da www.lavoro.gov.it. Si tratta di un contributo economico destinato a tutte le persone in povertà assoluta, la cui erogazione è condizionata ad un patto di inserimento che il beneficiario stipula con i servizi del welfare locale. Gli interessati riceveranno i servizi – sociali, educativi, per l’impiego – utili a costruire nuove competenze e/o ad organizzare diversamente la propria esistenza; ciò dovrebbe permettere a un certo numero tra loro di uscire dall’indigenza. Il fondamento è il matrimonio tra i diritti di cittadinanza e i doveri verso la collettività. Chi è caduto in povertà ha diritto ad una tutela pubblica e, contemporaneamente, deve compiere ogni sforzo per perseguire il proprio inserimento sociale e lavorativo. Le prime reazioni di esperti e addetti ai lavori sul disegno dell’intervento sono state in grandissima parte positive poiché il SIA riprende un insieme d’indicazioni condivise dai più. Perché contro la povertà in Italia tutti sanno cosa bisognerebbe fare, si tratta di cominciare.

Il nodo cruciale è – manco a dirlo – il finanziamento: non a caso in proposito si sono registrate divergenze tra i componenti del gruppo, così come reazioni articolate di osservatori e parti sociali. Nel quadro economico attuale i 7 miliardi necessari per il SIA a regime non rappresentano un obiettivo realistico mentre la partita vera riguarda la possibilità di reperire quei 1,5 miliardi indicati come la soglia minima per costruire una versione iniziale della misura che risulti di effettiva utilità. Il fatto è che le risorse del bilancio pubblico sono poche e le richieste tante, bisogna decidere come distribuirle: questo è l’esercizio della politica nel senso più alto del termine, cioè la scelta degli interventi ritenuti prioritari per la collettività. Nel compierla ognuno porta con sé le proprie peculiarità:

“l’utopismo”: il Movimento Cinque Stelle è stato sinora l’unico soggetto a fare della lotta alla povertà una priorità, ma l’ha tradotta in proposte enormemente ambiziose negli obiettivi quanto assolutamente vaghe sul piano operativo. Proposte, quindi, non spendibili nella realtà;

“l’iper-destrismo”: da anni il Centro-Destra promuove l’ulteriore riduzione della spesa pubblica contro la povertà così da consolidare il welfare privatistico, fondato sulle famiglie che si prendono cura dei propri cari e sulla beneficenza privata. Un’avversione tanto radicata verso gli interventi pubblici per i più deboli è assente negli schieramenti analoghi degli altri paesi europei;

“la miopia”: da tempo le proposte più solide di adeguate politiche pubbliche contro la povertà provengono dal Centro-Sinistra. I suoi leader, però, non ne hanno mai fatto un obiettivo primario della propria battaglia politica. Essi, infatti, hanno in mente l’Italia di qualche decennio fa e, dunque, non colgono i bisogni di più recente diffusione (lo stesso accade con l’altro bisogno sociale esploso numericamente negli ultimi anni, quello degli anziani non autosufficienti).

Chi saprà andare oltre questi approcci offrirà un contributo decisivo alla lotta contro la povertà.

Il Sole 24 Ore – 21 settembre 2013 

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